martedì 20 ottobre 2015

Comunicato della commissione di corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana

ANCHE IN TURCHIA L’ASSASSINO E’ LO STATO!

bandiera_FAI
ANCHE IN TURCHIA L’ASSASSINO E’ LO STATO!
La guerra scatenata dai governi contro i ceti popolari divampa in tutto il mondo, in una parte più apertamente, altrove in modo più latente.
Le bombe esplose ad Ankara, che hanno provocato centinaia di morti, sono l’ultimo episodio di un’aggressione che è cominciata con l’attentato a Diyarbakir a giugno e con quello a Suruç a luglio.

Il governo turco ha immediatamente rivendicato l’attentato, attaccando con cariche e lacrimogeni le vittime e impedendo l’arrivo dei mezzi di soccorso e, poco dopo, bombardando proprio le regioni del kurdistan turco per cui quel corteo chiedeva la pace.
Il presidente turco Erdogan non è il solo pazzo sanguinario che per mantenere il potere massacra il proprio popolo, ma viene considerato come un interlocutore affidabile dai governi occidentali abituati ad esportare democrazia con le bombe.

La Turchia è un alleato fedele della NATO, l’esercito che compie i massacri in Kurdistan partecipa in questi giorni alle manovre Trident; i servizi segreti turchi sono addestrati dalla CIA; nei vertici internazionali il presidente turco siede a fianco, tra gli altri, di Barak Obama, di Angela Merkel, di Matteo Renzi.
Il governo italiano ha le sue responsabilità, vista la volontà espressa da Renzi di far intervenire le forze armate italiane in Medio Oriente, a fianco dello stato turco.
La Federazione Anarchica Italiana esprime la propria solidarietà alle vittime e ai loro familiari, e si stringe agli anarchici ed alle anarchiche dell’Azione Anarchica Rivoluzionaria (DAF) turchi e curdi che hanno visto propri compagni e militanti colpiti dalle bombe assassine.
Per un mondo nuovo, per una vita di libertà, gli assassinati non saranno dimenticati, gli assassini non saranno perdonati!
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana


martedì 13 ottobre 2015

SGOMBERO DI STATO

UN DISPIEGAMENTO ABNORME DI POLIZIA STA SGOMBERANDO LA CASA OCCUPATA DI VIA CAGLIARI
A Parma la questione abitativa sta assumendo un livello di gravità mai visto: da un lato sono completamente esauriti gli strumenti assistenziali per tamponare le emergenze e quindi non si trova più accoglienza neanche nei dormitori. I residence sono stati chiusi senza dotarsi di altri strumenti, le case popolari sono al palo da ormai 10 anni e i pochi finanziamenti del Piano casa per le ristrutturazioni ancora non si vedono a distanza di 1 anno e mezzo dall’approvazione della legge. Gli sfratti vengono eseguiti lasciando senza protezione anche i minori e le madri, l’arroganza di alcuni ufficiali giudiziari arriva fino al punto di non segnalare agli inquilini la data degli accessi successivi nel momento in cui l’inquilino ottiene il rinvio. A questo si deve aggiungere che la stampa di regime, in primis il giornale dell’Unione degli industriali la Gazzetta di Parma, sta montando artificiosamente una campagna contro le occupazioni abitative e non avendo spunti di cronaca per parlarne male, si inventa notizie fasulle per difendere gli interessi degli speculatori immobiliari e dei rentier locali. Lo sgombero della casa di Via Cagliari si inserisce in questo contesto e assume le caratteristiche dell’ASSURDO. 
Per difendere gli interessi speculativi di una delle banche più potenti d’europa si mobilitano magistrati e polizia contro famiglie con bambini ed anziani che non avendo mai avuto risposta alla loro situazione di disagio abitativo si sono organizzati per ristrutturare a loro spese un immobile rendendolo abitabile.
I poteri che difendono i potenti contro chi è stato colpito dalla crisi. Crisi di cui le banche con le loro speculazioni sono le principali responsabili. Crisi che le banche non hanno quasi nemmeno sentito, essendo buona parte delle manovre economico/finanziarie e fiscali volte a tutelare il potere delle banche stesse e la loro stabilità. 
L’atteggiamento del comune, del prefetto, della procura e della questura è un greve campanello d’allarme per la gestione delle questioni sociali in città.
Da un lato l’amministrazione cittadina rimane testimone inerte dell’esaurimento degli strumenti di tutela delle fasce più deboli, non ha strutturato nessun piano decente di implementazione del patrimonio immobiliare pubblico e ha cercato anche in questo campo di risparmiare. Non ha il coraggio di chiedere con forza il blocco degli sfratti pur dichiarandosi favorevole e non richiede la requisizione delle migliaia di alloggi sfitti. 
Dall’altra parte dall’altra chi detiene il controllo della forza pubblica asseconda le richieste di speculatori che non hanno alcun bisogno reale concreto rispetto all’immobile occupato, rendendo ancora più grave l’emergenza abitativa in città e trasformando l’emergenza abitativa in una questione di ordine pubblico da reprimere nelle sue manifestazioni rivendicative.
Noi non ci stiamo. Appoggiamo la resistenza delle famiglie, se saranno sgomberate le sosterremo nel fare altre occupazioni. Non si può negare il diritto all’esistenza semplicemente negando la soddisfazioni di bisogni primari quando questo sarebbe materialmente possibile per tutti.
Le banche sono le principali responsabili della crisi, l’austerity che tutti i giorni paghiamo sulla nostra pelle è imposta per riequilibrare i conti del sistema finanziario, non certo per garantirci un futuro decente. Le banche ci impongono mutui al limite dell’usura, non ci fanno credito se siamo in difficoltà economica, ci pignorano le abitazioni se, in seguito alle difficoltà economiche imposte dalla crisi, non rispettiamo il pagamento delle rate del mutuo 
Da Marzo del 2014 un gruppo di famiglie senza casa, precedentemente sfrattate perché rimaste senza lavoro, aveva ridato vita a una casa abbandonata di Via Cagliari 33, facendo importanti lavori di ristrutturazione tramite l’autorecupero e trasformando gli uffici in appartamenti, per rendere utile un edificio altrimenti destinato all’abbandono e al limite alla speculazione.
Gli abitanti di via Cagliari oggi sotto sgombero sono riusciti, dopo l’iniziale diffidenza, a conquistare la fiducia del vicinato e ad inserirsi molto positivamente nella vita del quartiere.
L’edificio di Via Cagliari che ha ospitato in passato un’agenzia viaggi del gruppo Parmalat è arrivata, in seguito all’esplosione della grande truffa dell’impero di Tanzi, nelle mani di UNICREDIT che ha lasciato la casa nell’abbandono salvo ridestarsi con l’appoggio di magistratura e polizia per cacciare gli abitanti e lasciare di nuovo la casa a marcire.
UNICREDIT è uno dei colossi bancari non solo italiani ma mondiali.
Unicredit, secondo gruppo bancario italiano, responsabile tra l’altro di finanziamenti a progetti di costruzione di armi nucleari e l’import export di materiali militari in aree di guerra oltre ad essere promotore di fondi di investimento che vanno a speculare sui prodotti alimentari di base, contribuendo a diffondere la fame nel mondo, ha lasciato vuota la casa di via Cagliari per circa 10 anni.
. La riappropriazione degli immobili vuoti, per di più se di proprietà delle banche o di grandi proprietà immobiliari, è pratica moralmente, socialmente e umanamente giusta.
Se non lo è dal punto di vista della legge è solo perché la legge la fanno i potenti a loro uso e consumo e per la difesa dei loro privilegi. Mettendo insieme i vari elementi della scena locale e nazionale non si può che desumere che è in atto un tentativo di esclusione delle fasce più deboli dalla garanzia dei diritti che si vorrebbero inalienabili e universali. Con sfratti, sgomberi, espulsioni e costrizioni giudiziarie si vuole negare lo stesso diritto all’esistenza di chi non ce la fa a restare attaccato ai meccanismi della produzione.
La società incentrata sul profitto porta all’imbarbarimento dell’umanità fino a rimettere in discussione il diritto all’esistenza. La via d’uscita a questa situazione passa inevitabilmente dalla messa in discussione dei principi dell’interesse privato e dallo sviluppo di nuovi principi di ridistribuzione della ricchezza.
RETE DIRITTI IN CASA
Sportello di lotta per il diritto all’abitare contro sfratti, pignoramenti e distacchi tutti i martedì dalle 18.30 alle 20.30 in Via Mantova 24 Parma Casa Cantoniera Occupata

domenica 11 ottobre 2015

IN GRECIA LA PRIMA FABBRICA ANARCHICA


grecia1
 Il padrone ha chiuso questa fabbrica di materiali da costruzione, ma i lavoratori hanno deciso di occuparla e di lanciare una produzione ecologica in autogestione grazie ad un enorme sostegno popolare.
Di Emmanuel Daniel per Reporterre – Foto : © Emmanuel Daniel/Reporterre
A nord di Salonicco (Grecia), una vasta area commerciale sta gradualmente guadagnando terreno su quello che era, fino a poco tempo fa, un’area industriale. Nel mezzo di questo oceano consumistico, nascosta dietro un viale di grandi alberi, una fabbrica polverosa sta a ricordare che qui, poco tempo fa, si potevano incrociare operai in tuta al posto di clienti coi loro carrelli. Il posto sembra abbandonato, tutte le entrate sigillate e un’unica auto è ferma nell’ampio parcheggio. Eppure, da uno degli edifici, dietro un muro di vecchia lamiera, rumori sordi vengono a volte a rompere il silenzio.
Per entrare nella fabbrica bisogna farsi annunciare.
Il posto è sorvegliato 24 ore al giorno da lavoratori e da sostenitori locali. E a buon titolo: i lavoratori di Vio.Me occupano illegalmente i locali dal 2011, da quando cioè i proprietari hanno deciso di interrompere bruscamente l’attività.
Vista dal tetto della fabbrica. Dietro i grandi alberi inizia l’enorme area commerciale. Disobbedienza alle leggi del mercato

La storia sarebbe potuta finire come tante altre in Grecia negli ultimi anni. Una società (in questo caso, Filgeram-Johnson, casa-madre di Vio.Me) decide di chiudere i battenti e di non pagare i salari arretrati dovuti alla cinquantina di lavoratori all’epoca impiegati.
Solo che questi ultimi hanno deciso di disubbidire alle leggi del mercato. Per un anno una trentina di operai sindacalizzati occupano la fabbrica per impedire ai proprietari di recuperare i macchinari.
Il primo anno, possono contare sulla loro misera indennità di disoccupazione per sopravvivere. Poi, man mano che la copertura mediatica della loro lotta va avanti, aumenta il sostegno, dapprima locale poi internazionale, che si fa carico delle necessità economiche e alimentari di questi lavoratori in lotta.
In seguito a molte assemblee generali, i lavoratori e i loro sostenitori decidono di riprendere la produzione.
Ma anziché colla per piastrelle, la precedente specialità della fabbrica, optano per la produzione di sapone e vari prodotti per la casa naturali. 
 
Questo dietro-front ecologico non era affatto ovvio, soprattutto in Grecia dove questa sensibilità non è delle più sviluppate. Se i lavoratori di Vio.Me sono diventati ambientalisti, è’ stato per necessità e pragmatismo. “Sapevamo di non poter portare avanti la stessa cosa di prima, perché avevamo pochi soldi, mentre le macchine sono costose e la materia prima importata. Allora abbiamo cercato una materia prima a buon mercato e locale. E noi qui abbiamo molto olio! », spiega Tinna, arrivata con la ripresa della produzione. Poi, c’è stato anche il supporto locale che li ha convinti a lanciarsi nel settore dei prodotti ecologici, più suscettibili di essere venduti nelle reti militanti.
Nessun bisogno di padroni
Un altro cambiamento di una certa importanza è intervenuto dopo la riapertura: la loro fabbrica, hanno deciso di gestirla senza un capo.Quando chiedo a Dimitris, uno dei pilastri della lotta, che si agita sulla sua sedia in attesa che gli traducano le domande, perché hanno deciso di organizzarsi in questo modo, mi risponde, con il tono di chi dice una cosa ovvia:

“Il padrone è andato via, perché cercarsene un altro?” 
 
Io l’ho visto due volte in due anni. Non abbiamo bisogno di lui per servirci di macchine che noi usano ogni giorno”.
Ma riconosce che passare da un’organizzazione gerarchicizzata, nella quale le attività sono assegnate, alla situazione estrema dell’autogestione “non è stato facile. D’altra parte, non lo è tuttora. Ma abbiamo imparato a conoscerci meglio. L’Io è diventato noi.Non c’è l’autorità da una parte e noi [i lavoratori] dall’altra, come prima, ma solo noi con lo stesso livello di autorità.”
Dimitris ci mostra i prodotti della fabbrica
Tinna è seduta al suo fianco su una delle sedie di plastica sistemate in cerchio per ricevere i visitatori del giorno: oltre a me, ci sono giornalisti giapponesi, documentaristi spagnoli e greci, viaggiatori francesi. Ci descrive l’organizzazione di Vio.Me: “Ci incontriamo due volte a settimana in assemblea, oltre alle discussioni informali durante il lavoro.”
Tutti possono fare tutto, anche se alcuni compiti che richiedono competenze specialistiche sono assegnate singolarmente. “Poiché io parlo inglese, sono io ad occuparmi delle relazioni con i giornalisti e del sostegno internazionale” dice. Oggi, ci sono quasi più visitatori che lavoratori e la fabbrica, vuota come un seggio elettorale il giorno delle europee, dà l’impressione di girare al minimo. Ai membri della cooperativa piacerebbe vedere il loro posto di lavoro di nuovo fiorente come per il passato. “Potremmo essere in cinquanta a lavorare qui. Anzi, dovremmo essere in cinquanta. Tutti vorremmo crescere e utilizzare a pieno le potenzialità della fabbrica” si spinge a dire Dimitris.
Tuttavia, diversi elementi rendono difficile tale potenziamento. Prima di tutto, la situazione economica in Grecia, sommata alla loro debole cassa, li porta a reinvestire le magre entrate nell’acquisto di materie prime piuttosto che nell’acquisto di nuovi macchinari. Ma questa limitazione è dovuta anche alla loro modalità di distribuzione. I prodotti ecologici di Vio.Me sono venduti principalmente attraverso la loro rete di solidarietà tra centri sociali, abitazioni occupate e vari collettivi che ordinano interi cartoni di prodotti e si incaricano poi di smerciarli. Il resto viene venduto in occasione di fiere e nel mercatino dei produttori organizzato mensilmente sul posto. “Possiamo crescere solo se troviamo più contatti all’estero. Il prossimo passo è quindi quello di coinvolgere più persone”, dice Tinna.
Saponi appena versati negli stampi e in attesa di seccare.
La fragile fiamma dell’utopia auto-gestionale greca
Vio.Me, questa lotta dei lavoratori fondata su un consistente sostegno popolare, è spesso sventolata come bandiera del movimento delle strutture autogestite in Grecia, movimento che si è sviluppato, si potrebbe dire, attraverso la guerra economica che ha fatto sprofondare il paese nel caos.
Tuttavia, sul fronte economico, questa esperienza è fragile.
“I salari permettono a malapena di sopravvivere” ci dice Tinna. Tanto più che hanno lavorato molto duramente per riorganizzare la produzione e appropriarsi delle nuove competenze, allo stesso tempo portando avanti un intenso lavoro politico. “Lavoriamo ben oltre le otto ore al giorno. Vio.Me coinvolge gran parte della nostra vita. Ci piacerebbe lavorare meno, ma dobbiamo pensare alla nostra sopravvivenza” racconta, visibilmente provata. In diverse occasioni, durante l’intervista, ha mostrato un certo fastidio e ha risposto alle domande con frasi brevi intervallate da sospiri.
Cortile interno della fabbrica
La giovane donna spiega che non siamo capitati in uno dei momenti migliori. “Scusatemi se sono un po’ stressata, la situazione è tesa in questi giorni”.
Stanno affrontando le pressioni sempre più insistenti da parte dei proprietari della fabbrica, che vanno moltiplicando procedimento giudiziari. “Al momento ne abbiamo uno al mese”, afferma. A suo modo di vedere, vogliono recuperare la loro proprietà non già per riavviare la produzione ma per distruggere tutto e vendere la terra a promotori immobiliari a favore di un’ulteriore espansione dell’area commerciale.
Un rischio reso plausibile da due sentenze sfavorevoli alla Vio.Me. In pratica, sono passibili di essere espulsi in qualsiasi momento. Alcuni sostenitori del movimento fanno pressione sul governo per permettere a questa esperienza di autogestione di svilupparsi sotto condizioni favorevoli. Da parte sua, Tinna sostiene di non essere interessata in ciò che accade nella mente dei potenti. “Non si sa cosa vogliano fare.
Quello che sappiamo è che la polizia dovrà venire a farci sloggiare. Noi resisteremo e reagiremo”
lancia la giovane donna, riecheggiando lo slogan di Vio.Me: “Occupare, resistere, produrre.” Anche il comitato di sostegno a Vio.Me si batte per una regolarizzazione del loro status di impresa autogestita, cosa promessa da Tsipras in occasione della sua visita alla fabbrica durante la campagna elettorale.
Chiedo ai miei interlocutori, dai visi stanchi quanto i muri della fabbrica, se nonostante le difficoltà il gioco valga la candela. “Anche se non lo credessi, non c’è nessun’altra alternativa”, risponde Tinna dopo un attimo di esitazione, ricordando che la maggior parte dei lavoratori era in primo luogo interessata a mantenere il posto di lavoro in un contesto di disoccupazione di massa. Dimitris, invece, è più netto: “In una parola: sì! Certo che ne vale la pena. Indubbiamente siamo partiti dal bisogno di sopravvivere, ma tutto questo ha a che fare principalmente con la libertà e la lotta di classe”.
Rinvigorita dalla risposta del suo compagno di lotta, Tinna rilancia: “Quello che guadagno proviene da quello che produco. Non c’è nessun padrone che trae profitto dal nostro lavoro. Prima ci liberiamo dei padroni, poi ci libereremo dello Stato”. I lavoratori di Vio.Me vorrebbero vedere altri seguire le loro orme sulla strada della rivolta e dell’autogestione. Perciò, moltiplicano gli eventi militanti, accolgono regolarmente visitatori, accompagnano e supportano altri operai nelle loro lotte, in Grecia e altrove. In uno dei capannoni si può vedere un grande poster in spagnolo a sostegno dei compagni dell’Argentina. “Lottiamo non solo per noi”, assicura Dimitris, “ma anche per mostrare agli altri che è possibile”.
Messaggio di sostegno ai compagni dell’Argentina: “Metà del nostro cuore è a Buenos Aires. Vio Me sostiene Bauen”
Dopo di che ci propone una visita della fabbrica mentre Tinna ritorna al lavoro per gestire alcuni affari urgenti. Quest’uomo robusto ci mostra i loro diversi prodotti, i macchinari a volte creati da loro stessi, ma anche la parte della fabbrica rimasta inutilizzata. Lungo una parete, sacchi di colla ormai scaduta, vestigia dell’attività precedente, sono accuratamente accatastati. In mezzo a questo hangar deserto campeggia un anfiteatro di fortuna, fatto di pallet impilati e illuminato da un pallido alone di luce che filtra attraverso le lastre del tetto.
Sala per le assemblee
Dimitris ci spiega che qui tengono le loro riunioni. Racconta con orgoglio, nel suo inglese scolastico, che un gruppo rap locale ha girato una clip sulla loro lotta proprio qui. Poi, con un gesto, ci invita a seguirlo su una lunga scala di ferro che conduce al tetto. Il ballatoio offre una vista mozzafiato sulla valle.
Da una parte, la città e quindi la foresta che lascia indovinare il mare. Dall’altra, le ultime fabbriche, progressivamente circondate dalla zona commerciale che si intravvede dietro i grandi alberi. All’inizio dell’incontro, Dimitris paragonava la loro lotta contro il capitalismo alla resistenza del villaggio di Asterix contro i Romani. Da quassù, l’immagine acquista tutto il suo significato. Riaccompagnandoci alla porta, che avrà cura di richiudere dietro di noi, Tinna, ritrovato il sorriso, ci sussurra un messaggio:
 
“Parlate della nostra lotta, ne abbiamo bisogno”.
fonte: http://lastella.altervista.org/in-grecia-la-prima-fabbrica-anarchica-senza-padroni/

Fonte: Emmanuel Daniel per Reporterre
Foto : © Emmanuel Daniel/Reporterre
Tramite: pressenza.com

SCANDALO SANITA' PARMA COMUNICATO

Tutti ormai siamo a conoscenza delle note vicende giudiziarie che coinvolgono, come parte lesa,  l'Ospedale Maggiore di Parma. Non...