mercoledì 30 novembre 2011

Fiat/ Trattativa contratto parte in salita,Landini lascia tavolo

fonte: http://www.tmnews.it/web/sezioni/economia/PN_20111130_00002.shtml


Si punta a chiudere entro Natale



 

 Torino, 30 nov. (TMNews) - Partenza in salita ieri all'Unione industriale di Torino per la trattativa tra Fiat e sindacati metalmeccanici sul nuovo modello contrattuale da applicare negli stabilimenti italiani. Che l'incontro fosse interlocutorio era scontato ma che finisse con una coda di polemiche e dietrologie sullo scontro Fiom-Fiat un po' meno. Davanti all'Unione industriale di Torino sin dal mattino la tensione era palpabile. L'obiettivo è quello di chiudere entro Natale.

In via Fanti erano già presenti un'ora prima dell'incontro operai della Fiom, dei Cobas e dell'Unione sindacati di base, guardati a vista dalle Forze dell'ordine. Dopo l'arrivo del corteo della Fiom, dei lavoratori della Fiat Powertrain Mirafiori e di operai dell'Iveco, alla cui testa c'era Maurizio Landini, leader nazionale dei metalmeccanici della Cgil, è salita la tensione. Lì davanti c'erano già alcuni rappresentanti dei Cobas che cercavano di irrompere nella palazzina dell'Unione, chiedendo di far partecipare al tavolo delle trattative anche i loro rappresentanti. Respinti dalle forze dell'ordine i Cobas hanno poi deciso di fare da 'tappo' all'ingresso della palazzina. Una parte della delegazione della Fiom, tra cui il responsabile nazionale auto Giorgio Airaudo, è rimasta fuori.



La Fiat ha voluto cominciare ugualmente la riunione e a quel punto il leader della Fiom Maurizio Landini e la sua delegazione hanno abbandonato il tavolo. "La Fiom non ha abbandonato la trattativa, è stata la Fiat che non ha garantito la governabilità del tavolo sindacale", preciserà più tardi Landini che non è poi più rientrato al tavolo sindacale.

L'incontro è proseguito con un unico rappresentante del sindacato di Landini a fare da "osservatore", mentre Fiat che in un primo momento si è detta dispiaciuta dell'accaduto, nel pomeriggio ha bollato il mancato ingresso di Landini come pretestuoso.

sabato 26 novembre 2011

VENERDI' 2 DICEMBRE 2011

venerdi
ore 21
Circolo Arci Zerbin
Parma
' 2 dicembre 2011, via Bixio
gruppo cieri
- FAI
grecia
la lotta anarchica
contro la crisi

Incontro con un compagno del
Gruppo di Comunisti Libertari di Atene

martedì 22 novembre 2011

Louise Michel

fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Louise_Michel



Biografia

Louise Michel fu la figlia, non legittimata, di Laurent Demahis, il notabile del castello di Vroncourt-la-Côte, e della sua serva Marianne Michel. Fu allevata dai nonni paterni, nobili ma illuministi e liberali: «ascoltavo sia la mia zia cattolica, che i miei nonni, che erano seguaci di Voltaire. Confusa da strani sogni, ero come l'ago di una bussola che, sconvolto da una tempesta, cerca il nord. Il mio nord era la rivoluzione».
Cominciò presto a scrivere poesie, e continuò a scriverle per tutta la vita, senza pretese letterarie ma per dare una voce nobile al suo amore per la natura, prima, e al suo impegno politico poi. Del resto, il suo amore per la letteratura la portò a studiare nella scuola di Chaumont per conseguire il massimo titolo di studio concesso allora a una donna, cui era interdetta la frequenza universitaria: il 1º settembre 1851 si diplomò maestra e conseguì l'abilitazione all'insegnamento il 25 marzo 1852. Ma per insegnare nelle scuole pubbliche occorreva prestare giuramento all'Imperatore e questo Louise non poteva accettarlo e allora, in settembre aprì una scuola privata a Audeloncourt insegnandovi per un anno, poi due anni dopo, insegnò per un altro anno a Clefmont.
Il suo rifiuto del Regime, così presto manifestato, e i suoi articoli pubblicati nei giornali di Chaumont, nei quali scriveva di storia antica alludendo alla Francia contemporanea, pur cercando di sfuggire alla censura napoleonica, non rimanevano ignorati dalle autorità: «Regnava Domiziano, aveva scacciato i filosofi e i saggi capitolini da Roma, aumentato il soldo ai pretoriani, reintrodotto i giochi sul Campidoglio e la gente onorava il clemente imperatore nella speranza che arrivasse qualcuno a pugnalarlo».
Alla morte del nonno ricevette un'eredità cospicua, 40.000 franchi, che distribuì tra i poveri, con scandalo dei benpensanti: Louise ritenne che era tempo di sottrarsi alla vita di provincia e nel 1856 si trasferì a Parigi.

A Parigi 

Victor Hugo nel 1854
Qui si procurò da vivere insegnando nell'Istituto di madame Voillier, con la quale intrattenne rapporti quasi filiali. L'attività che svolse in questi anni fu particolarmente intensa. Nel 1865, aprì una scuola in rue Houdon, nel 1868 un'altra in rue Oudot e presentò progetti avanzati per l'epoca, come la creazione di scuole professionali e orfanotrofi gestiti da laici.
Non trascurò il suo interesse per la letteratura: scrisse poesie con lo pseudonimo di «Enjolras», il nome del personaggio, repubblicano e nobile d'animo, de I Miserabili di Victor Hugo, con il quale si tenne in corrispondenza fin dal 1850 e che conobbe personalmente nel 1851. Si è anche sostenuto che abbiano avuto una figlia, Victorine, ma è una supposizione senza certezza. Lei gli mandava sue poesie e Hugo le dedicherà il poema Viro Major dopo il processo subito da Michel nel 1871:
« quelli, donna, davanti alla tua indomita maestà,
meditavano, e malgrado la piega amara della tua bocca,
malgrado il maldicente che accanendosi su di te,
ti gettava addosso tutte le grida indignate della legge,
malgrado la tua voce fatale e alta che ti accusa,
vedevano risplendere l'angelo attraverso la medusa »
S'iscrisse nel 1862 alla Union des poètes ma soprattutto cominciò a frequentare gli ambienti rivoluzionari, dove incontrò Jules Vallès, Eugène Varlin, Raoul Rigault e Émile Eudes, nel 1869 divenne segretaria della Société démocratique de moralisation, un'associazione di assistenza che combatteva la prostituzione offrendo lavoro alle operaie: politicamente Louise era vicina al movimento repubblicano-socialista guidato da Auguste Blanqui. Il 12 gennaio 1870 partecipò, vestita da uomo e armata di un pugnale, alla veglia funebre di Victor Noir, il giornalista ucciso da Pierre Bonaparte, il cugino di Napoleone III scandalosamente assolto dalla magistratura compiacente all'imperatore.

Nella Comune 

Théophile Ferré
Nell'agosto del 1870, a guerra in corso tra Francia e Prussia, Louise manifestò contro l'arresto dei blanquisti Eudes et Brideau e, dopo la caduta dell'Impero, venne eletta presidente del Comitato di vigilanza dei cittadini del XVIII arrondissement di Parigi: «il Comitato di vigilanza di Montmartre non lasciava nessuno senza tetto, nessuno senza pane; la sera dividevamo un'aringa in quattro o cinque, ma quando si trattava di bisognosi non s risparmiavano né mezzi pubblici, né la possibilità di operare requisizioni rivoluzionarie. Il XVIII arrondissement era il terrore dei trafficanti e degli accaparratori»; qui era anche Théophile Ferré (1846-1871), del quale s'innamorò. Nella Parigi assediata e affamata, ma nella quale i soldati fraternizzavano con la popolazione e le Guardie nazionali, Louise fu tra i pochi che proposero di lanciare un'offensiva contro Versailles, dove il governo di Thiers aveva ancora poche truppe, e si offrì volontaria per andarvi da sola a uccidere Thiers.
Fu molto attiva nelle giornate della Comune, collaborando ai giornali che sostenevano la rivoluzione, il «Le Cri du peuple» e «La Marseillaise». Il 22 gennaio 1871 avrebbe partecipato all'incendio dell'Hôtel de Ville, in marzo, con la divisa di guardia nazionale, combatté a Montmartre e nei due mesi successivi, quando le truppe governative attaccarono Parigi, combatté a Clamart, a Issy-les-Moulineaux, dove fu ferita, a Neuilly e si trovò sulle barricate di Clignancourt.
Quando i versagliesi di Thiers ebbero il sopravvento e cominciarono i massacri, Louise riuscì a sfuggire alle loro ricerche ma, quando sua madre venne arrestata al suo posto, Louise Michel si consegnò prigioniera: vide le esecuzioni sommarie dei comunardi e assistette alla morte dei suoi amici Louis Rossel e Théophile Ferré al quale fece giungere una poesia d'addio, Les Œillets rouges.
La stampa la chiamava allora La lupa assetata di sangue oppure, al contrario, La buona Louise; nel processo, l'accusa la dipinse come «ambiziosa di elevarsi al livello dell'uomo, superandolo nei vizi» e responsabile di tentato colpo di Stato, istigazione alla guerra civile, complicità nell'esecuzione di ostaggi, uso di armi militari e falsificazione di documenti. La Michel rifiutò di difendersi, dichiarandosi «sostenitrice assoluta della rivoluzione sociale», assumendosi la responsabilità di tutte le sue azioni e chiedendo per sé la condanna a morte: «Se mi lascerete vivere, esorterò incessantemente alla vendetta». Fu condannata alla deportazione a vita e per venti mesi fu reclusa nell'abbazia di di Auberive, trasformata in prigione.

La deportazione 

Louise Michel a Nouméa
Imbarcata sulla Virginie nell'agosto del 1873 per essere deportata nella Nuova Caledonia, mentre la nave si allontanava dalle coste francesi la Michel cantava con gli altri una delle canzoni simbolo della Comune, Le temps des cerises di Jean-Baptiste Clément. A bordo, tra i tanti, erano Henri Rochefort e Nathalie Lemel: fu probabilmente grazie ai contatti con quest'ultima che Louise divenne anarchica.
Nella colonia penale non volle ricevere un trattamento diverso dagli altri detenuti. Nei sette anni passati nell'isola creò in giornale Petites Affiches de la Nouvelle-Calédonie, scrisse le Légendes et chansons de gestes canaques ed entrò in rapporto solidale con gli autoctoni, i canachi, che vivevano in forma comunitaria e in una semplicità di condizioni ormai sconosciuta in Europa: quando questi nel 1878 si ribellarono ai colonialisti francesi, ricevettero il suo sostegno, diversamente da altri deportati, che collaborarono a soffocare la rivolta.
Nel 1879 venne autorizzata a trasferirsi a Nouméa, il capoluogo dell'isola, per insegnare ai figli dei deportati e poi a una scuola femminile. Nel 1880 ottenne la grazia: all'imbarco per la Francia, fu salutata da una folla di nativi, che non l'avrebbero lasciata partire senza la sua promessa di fare ritorno tra loro.

Il ritorno in Francia [modifica]

L'attentato a Louise Michel
Giunse a Parigi il 9 novembre 1880 e riprese la sua attività di militante politica: tiene riunioni e conferenze e pubblica a puntate il romanzo La Misère. Il clamore provocato dall’affare Dreyfus non la vide protagonista. Ora si dedicava al movimento anarchico, partecipando nel luglio 1881 al Congresso londinese dell'Internazionale anarchica, presieduto da Pëtr Kropotkin e da Edwin Dun, nel quale fu stabilita la parola d'ordine della «propaganda attraverso l'azione»: Michel preferiva in realtà che fosse l'azione sindacale a costituire un mezzo di penetrazione dell'ideologia anarchica.
Il 18 marzo 1882, durante una riunione nella Salle Favié di Parigi, propose che gli anarchici adottassero a proprio emblema la bandiera nera: «Basta con la bandiera rossa bagnata del sangue dei nostri soldati. Io inalbererò la bandiera nera, che porta il lutto dei nostri morti e delle nostre illusioni».
Con Émile Pouget organizzò il 9 marzo 1883 una manifestazione di disoccupati durante la quale tre panetterie furono saccheggiate e alcune decine di manifestanti furono arrestati: Louise si sottrasse all'arresto ma, ricercata, si costituì alcune settimane dopo. Processata, fu condannata a sei anni di reclusione per «istigazione al saccheggio». Nel gennaio 1886 ottenne la grazia dal presidente della Repubblica Jules Grévy, una grazia da lei non richiesta, ma già nel successivo agosto torna in prigione, condannata a quattro mesi per un discorso pronunciato a favore dei minatori di Decazeville, durante una manifestazione tenuta insieme con Jules Guesde, Paul Lafargue e Paul de Susini.
Nel 1886 Paul Verlaine le dedicò una ballade:
Monumento a Levallois-Perret
« Lei ama il Povero aspro e franco
o il timido; lei è la falce
nel grano maturo per il pane bianco
del Povero, e la santa Cecilia,
la Musa rauca e gracile
del Povero e l'angelo custode
a questo semplice, a quest'indocile.
Louise Michel è molto buona »
Il 22 gennaio 1888, a Havre, dove aveva pronunciato un discorso, lo «chouan». Pierre Lucas le sparò due colpi di pistola che la ferirono leggermente a un orecchio e Louise non si costituì nemmeno parte civile e al processo volle attenuare le responsabilità dell'imputato.
Nell'aprile del 1890, la Michel fu nuovamente arrestata dopo un discorso pronunciato a Saint-Étienne e la partecipazione a una manifestazione a Vienne. Rifiutò la libertà provvisoria, fintanto che i suoi compagni rimanevano in prigione, e diede in escandescenze nella sua cella, tanto che il medico della prigione propose il suo internamento in un ospedale psichiatrico. Non se ne fece nulla e fu liberata, lasciando Vienne per Parigi il 4 giugno.
A luglio, Louise decise di trasferirsi a Londra per gestire una scuola anarchica: ritornò a Parigi il 13 novembre 1895, accolta dai suoi compagni con una grande manifestazione alla stazione Saint-Lazare.
In quello stesso anno fondò con Sébastien Faure il giornale «Le Libertaire» e il 27 luglio 1896 tornò a Londra per assistere al Congresso dell'Internazionale socialista, nel quale avviene la separazione definitiva tra socialisti e anarchici. A Londra tornò più volte, trattenendosi per lunghi periodi: ritornò definitivamente in Francia nel 1904, sempre percorrendola per tenervi lunghi giri di conferenze. Nell'ottobre fu per tre mesi in Algeria con Ernest Girault.
Fu ancora dopo aver tenuto delle conferenze a Marsiglia che Louise Michel morì il 9 gennaio 1905: i funerali, senza cerimonie religiose, si svolsero a Parigi il 25 gennaio con la partecipazione di una grande folla e, secondo le sue volontà, fu sepolta accanto alla madre nel cimitero di Levallois-Perret.

IL GRANDE GOLPE…

fonte:  http://www.mirorenzaglia.org/2011/11/il-grande-golpe/


Su Gli Altri in edicola da oggi, un focus sul nuovo governo Monti. Piero Sansonetti apre con una provocazione sul ruolo “golpista” di Napolitano. Antonio Di Pietro (Idv), Gennaro Migliore (Sel) e Cesare Damiano (Pd) raccontano cosa si aspettano e cosa temono dal nuovo corso. Lanfranco Caminiti, Andrea Colombo e Miro Renzaglia fanno un ritratto dei manovratori di questi mesi. Vi aspettiamo!
La redazione de Gli Altri
IL GRANDE GOLPE DELLA BORGHESIAPiero Sansonetti
È esagerato il titolo che vedete qui sopra? No, è solo la fotografia di quello che è successo. Il Presidente della Repubblica – su pressante richiesta dell’Alta finanza, dei banchieri europei e dei leader di Francia e Germania, e sulla spinta degli speculatori di borsa – ha sospeso il rapporto diretto, che esiste in democrazia, tra elettori e potere. Ha avocato a se questo potere, lo ha imposto ai partiti e al Parlamento, e ha compiuto, in piena coscienza, la scelta classica dei colpi di Stato: ha investito l’uomo forte.
Certo, Mario Monti non assomiglia a un dittatore feroce, pare una persona mite a tollerante; ma il concetto di forza – in politologia – non sta semplicemente nella forza fisica o militare, o nell’aggressività: sta nella dichiarazione di “superiorità”. E nell’idea che “uno” sia meglio di molti e meglio di tutti. Monti è stato scelto da Napolitano perché è considerato “superiore”. A chi? Alla politica, all’elettorato, ai meccanismi essenziali della democrazia. Gli elettori erano stati chiamati tre ani fa da una legge elettorale maggioritaria a scegliere il Presidente del Consiglio e avevano scelto Berlusconi, preferendolo a Veltroni e a Bertinotti. Napolitano ha stabilito che la scelta degli elettori era sbagliata (ed è ragionevole credere che fosse così…) e per modificare questa scelta non ha pensato che fosse giusto rivolgersi di nuovo agli elettori, ma ha deciso un atto di “rottura” verso l’elettorato e si è sostituito all’elettorato. Questo atto di rottura, anche se pacifico, è tecnicamente il “colpo di Stato”.
In Italia i Presidenti della Repubblica, spesso, hanno avuto – nella parte finale del loro mandato – atteggiamenti discutibili. Ricordo che per Cossiga – che in fondo si limitava a rendere pubblico il suo pensiero molto anticonformista, ma non cercò mai di renderlo “potere” – fu addirittura chiesto l’impeachment (e si ottennero le sue dimissioni anticipate). Non posso neppure immaginare come sarebbe stato trattato Cossiga se avesse fatto la metà degli strappi compiuti da Napolitano…
Naturalmente chiunque può liberamente decidere se il golpe di Napolitano – e di Monti, e delle banche europee, e di Sarkozy e di Merkel – sia una sciagura o un atto giusto e necessario. Non è possibile però negare che sia stato un golpe. E sarebbe sbagliato – in nome di un principio di necessità, o di “obbligatorietà” – negare la valenza istituzionale, di sospensione delle regole democratiche, prodotta dalla nomina del governo Monti.
Domanda: perché la borghesia italiana (finalmente riunificata dalla sconfitta di Berlusconi) ha scelto questa via antidemocratica per riprendere il controllo del paese? Per rispondere a questa domanda, forse, possono aiutarci i precedenti. I presunti tentativi di colpo di Stato, in tutta la storia della Repubblica, sono stati due. Il primo sarebbe avvenuto nel ’53, con il varo della legge truffa che – se fosse scattata, ma non scattò – avrebbe ridotto notevolmente il peso dell’opposizione in Parlamento. Il secondo è il “piano Solo”, che è del ’64, fu guidato dal vertice del servizio segreto di allora (il Sifar), e fallì, presumibilmente, per un malore che colpì il Presidente della Repubblica (che pare fosse un sostenitore dell’iniziativa) e lo mise fuorigioco.
Sul primo tentativo (la legge truffa) c’è da discutere: fu un tentativo di ridimensionare la democrazia rappresentativa, non di sopprimerla. E soprattutto fu un tentativo che passò per il voto popolare, e i golpe non si possono fare alle urne. Il secondo invece fu un tentativo di golpe vero e proprio, e fu progettato per fermare la spinta riformatrice, fortissima, che alimentava il nuovo governo di centrosinistra guidato da Moro e da Nenni. Quel governo aveva già iniziato a realizzare un piano massiccio di nazionalizzazioni, e progettava un riequilibrio tra Stato e mercato – e tra Stato e padroni del capitalismo italiano – non certo favorevole ai padroni del capitalismo italiano. Quel centrosinistra fu fermato con la minaccia di golpe e il suo progetto politico – basato sulla programmazione che toglieva spazio al mercato – perì definitivamente.
Siamo in una situazione simile. Stavolta però non è bastata la minaccia di golpe. Si è andati oltre. Siamo sicuri che il golpe fosse necessario per salvare l’Italia? O invece era necessario a salvare questa versione del capitalismo – messa alle corde dalla crisi – che sarebbe il nuovo liberismo europeo? Ecco, credo proprio che il golpe fosse necessario esattamente per questo scopo: non permettere che fosse messo in discussione questo modello di capitalismo senza mandare l’Italia alla malora.
Diciamo, più semplicemente, che di fronte alla durezza della crisi, c’erano due soluzioni: criticare il neoliberismo e cercare un nuovo modello economico, riducendo il potere dei mercati e le ingiustizie sociali; oppure finanziare la sopravvivenza di quel modello, chiedendo soldi ai lavoratori e ai ceti meno ricchi – tagli delle pensioni, del welfare, licenziabilità eccetera – ma per fare ciò occorreva una sospensione della democrazia.
Quanto durerà questa sospensione? Davvero è solo una sospensione? E poi, domanda finale: come è stato possibile che le forze principali del centrosinistra si siano accodate a questa operazione autoritaria e reazionaria?
Piero Sansonetti

giovedì 3 novembre 2011

La Lunigiana, la Val di Vara, le Cinque Terre devastate.

pubblicato sul numero 31 di Umanità Nova


Gruppo Germinal-FAI, il Circolo G. Fiaschi, il Circolo Lodovici Vico e la sezione locale USI/AIT



Paesi spazzati via dalla furia della natura. Questo è il risultato dell’ennesimo evento catastrofico che colpisce il nostro paese. Non c’è anno che non venga segnato da un evento nefasto che ha come protagonista la natura. Una natura che si ribella alla violenza e alla ferocia con cui l’uomo la saccheggia. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e se questa è la reazione della natura, immaginatevi quanto è brutale l’azione dell’uomo a cui reagisce.
Quest’anno è toccato a questo territorio, la Lunigiana storica, una zona montagnosa a cavallo tra le province di La Spezia e Massa-Carrara. Scatta immediata la macchina dei soccorsi, …dei soccorsi?! Scatta la macchina del controllo del territorio. Immediata, rapida, rapace. L’avvoltoio del business è già pronto a spolpare la carcassa del territorio devastato.
Siamo stati ad Aulla, in provincia di Massa Carrara, e lì la prima sensazione, vedendo questa enorme “macchina” in funzione, la Protezione Civile (?), è di quanto sia inutile. La prova più lampante di quanto lo stato non serva per il cittadino. Efficiente per bombardare paesi a cui rubare petrolio, gas e altre risorse, efficiente per difendere gli interessi delle lobby economico-finanziarie, efficientissimo nel reprime il dissenso e la contestazione popolare, inesistente per aiutare un popolo in difficoltà.
Aulla, una cittadina sotto al fango nella quale vagano un’imponente quantità di mezzi e persone, la maggior parte dei quali non sanno cosa fare. Non ricevono istruzioni, ci dicono, e senza quelle non si possono muovere. La tensione è alle stelle, abbiamo parlato con alcuni abitanti che stanno cercando di ripulire le strade e ci raccontano delle difficoltà che incontrano soprattutto nei rapporti con la Protezione Civile. Molti hanno messo i loro mezzi a disposizione, camion, ruspe, fork-lift, ma devono lavorare quasi di nascosto; alcuni, ci racconta un uomo su un Merlo, un grosso fork-lift, anche con la paura di essere denunciati. Parliamo con un vigile del fuoco chiuso nel suo Bobcat, e ci dice che il suo compito è fare mucchietti di fango e spostarli da un punto all’altro. Mancano però i mezzi con cui portarlo via e non sanno ancora, poi, come smaltirlo.
La frustrazione è grande. E si sfoga con i politici. Venerdì scorso una carovana di autoblu con Matteoli, alcuni politici regionali e i sindaci della Lunigiana si sono presentati in città. Sono stati accolti a badilate di fango (la sindaca di Pontremoli, PdL, se n’è presa una in faccia).
Se questo succede in Lunigiana, ancora peggio dovrebbe essere a Brugnato, Borghetto Vara, Monterosso e Vernazza, zone maggiormente colpite e alle quali non si può accedere se non con permessi della Protezione Civile.


In una situazione simile, Carrara non poteva rimanere immobile.
Abbiamo subito organizzato una raccolta di acqua potabile nella giornata di sabato allestendo due punti di raccolta, uno in piazza Matteotti, sotto la sede storica del gruppo, e uno in piazza Duomo, di fronte alla sede occupata e provvisoria.
La partecipazione è stata alta e a fine serata ce ne siamo trovati quasi 3000 litri, oltre ad altri generi alimentari e offerte in denaro (250,00 €). Durante la raccolta è stato diffuso un volantino a firma dei quattro gruppi che stanno organizzando la solidarietà, il Gruppo Germinal-FAI, il Circolo G. Fiaschi, il Circolo Lodovici Vico e la sezione locale USI/AIT, e nel quale denunciamo i nostri dubbi verso le solite giustificazioni sulla ineludibilità dei disastri naturali e di come le origine di questi eventi vadano ricercate nella pessima gestione che l’uomo fa del territorio. Finché questo stato di cose perdurerà ci saranno sempre alluvioni e disastri naturali che produrranno danni gravi e tragici per la popolazione. E allora si deve cominciare a pensare diversamente la gestione del proprio territorio e della propria vita. Bisogna fermarsi e fare un passo indietro per recuperare un rapporto con la natura non caratterizzato dalla prevaricazione, ma dal riacquisire la capacità di usare intelligentemente e moderatamente le risorse a nostra disposizione.
Bisogna cominciare a parlare di ecologia sociale e autogoverno municipale per creare una alternativa di base sulla gestione del territorio che dia vero potere alla popolazione che possa così riprendere in mano la gestione della propria vita.
Sempre sabato abbiamo contattato un compagno che vive a Mulazzo, altro comune colpito dalla inondazione, e con lui abbiamo coordinato la consegna di quanto raccolto da effettuarsi direttamente alla popolazione.
Domenica mattina siamo partiti, abbiamo fatto anche noi la nostra carovana, non di autoblu, ma di mezzi di fortuna sui quali abbiamo caricato quanto raccolto. Cinque mezzi e dieci compagni, mattina presto siamo partiti alla volta di questi paesi. Abbiamo consegnato tutta l’acqua raccolta nei paesi di Mulazzo, Pozzo e Castagnetoli, a domenica ancora senza acqua potabile. Durante il nostro viaggio in queste zone, attraverso stradine in mezzo ai boschi, perché le strade principali sono inagibili per frane, gli unici incontri che abbiamo fatto con la Protezione Civile sono stati ai posti di blocco che hanno istituito per impedire l’ingresso nei paesi. Alcuni minuti di contrattazione e poi ci hanno lasciato passare.
L’obiettivo della giornata, oltre alla consegna dell’acqua, era quello di prendere contatto con la popolazione per poi concordare ulteriori raccolte in base alle loro richieste.


E così, lunedì mattina, ci è giunta una richiesta di farina e lievito. Nei paesi di Parana e Casa di Loia, sempre nel comune di Mulazzo, su iniziativa del compagno che è in zona, sono stati ripristinati tre forni a legna nei quali verrà fatto pane da distribuire alla popolazione del territorio. Nel primo pomeriggio è partito da Carrara un mezzo con 225 kg di farina, lievito e generi alimentari vari.
Parallelamente ci stiamo coordinando con i compagni del Circolo Binazzi di La Spezia, che stanno operando a Bottagna, all’ingresso della Val di Vara, per portare la nostra solidarietà anche in quelle zone.
Le cose da fare sono ancora molte e siamo solo all’inizio e da Carrara stiamo cercando di coordinare al meglio quello che di solidarietà si può portare con i nostri mezzi e soprattutto con la nostra volontà.
Questo è quello che sanno fare gli anarchici.


Per chiunque voglia mettersi in contatto con noi può scrivere alle mail germinalfaicarrara@email.it oppure circoloanarchicogfiaschi@email.it.


RedC (Redazione Carrara)

Il piano: aiuti all'occupazione, siamo alla farsa!!!! Mobilità per gli statali

fonte: http://www.corriere.it/economia/11_novembre_03/piano-aiuti-occupazione_dead8e02-05e1-11e1-a74a-dac8530a33df.shtml


Escluse misure «forti». Nel pubblico chi non accetta il trasferimento entro due anni perde il posto





ROMA - Nessuna patrimoniale o prelievo forzoso sui conti correnti, nessun decreto, nessuna misura choc come la modifica dell'articolo 18 o il blocco delle pensioni di anzianità. Il pacchetto «Europa» che oggi il premier Silvio Berlusconi dovrà presentare al G20 di Cannes ha preso faticosamente il via sotto la forma di un maxi emendamento di un centinaio di pagine alla legge di stabilità. Conterrà le misure già contenute e illustrate nella lettera inviata da Berlusconi all'Unione Europea la settimana scorsa. Con qualche novità di non poco conto come il licenziamento dei dipendenti pubblici in esubero che non accettano entro due anni nuove proposte d'impiego.
Tra i provvedimenti più sensibili, infatti, quelli riferibili al mondo del lavoro: zero contributi per tre anni sulle nuove assunzioni di apprendisti nelle aziende fino a 9 dipendenti; l'aumento di un punto per i contributi previdenziali dei cocopro, che salgono quasi al 28%; riduzione del 25% dei contributi per l'assunzione di donne con contratto di inserimento; più spazio di manovra alle Regioni per definire il gettito Irap con la possibilità di dedurre il costo del lavoro variabile, cioè quello riconducibile agli accordi aziendali. Ma sono solo indiscrezioni perché alla fine di un Consiglio dei ministri decisivo nella storia politica di Berlusconi non è stata fatta alcuna conferenza stampa né diffuso un comunicato esauriente per capire i provvedimenti.

Tra le altre misure previste dovrebbe esserci la conferma delle dismissioni e della valorizzazione del patrimonio pubblico (terreni, ex caserme, ex ospedali, immobili degli enti previdenziali, ecc.) per un valore di 5 miliardi all'anno per il prossimo triennio. Saranno introdotte norme per accelerare la loro vendita. Una decisione solo formale perché già nella lettera a Bruxelles era previsto il termine del 30 novembre. Verrà anticipata la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, la derogabilità delle tariffe minime degli ordini professionali e la possibilità di costituire società di capitali. Tutte novità sulle quali da anni era in corso un estenuante braccio di ferro tra le categorie interessate e i vari governi di destra e di sinistra.

Nel maxi emendamento sono previste anche agevolazioni fiscali sul project financing per le grandi opere e sui concessionari agendo sia sull'Ires che sull'Irap. I capitoli legati alle norme per aumentare la concorrenza (in parte già previste dalla manovra di luglio) riguardano il gas, la distribuzione dei carburanti, la Rc auto e il trasporto pubblico locale. Previsto anche lo snellimento del contenzioso per la giustizia civile. Per accelerare la modernizzazione della pubblica amministrazione, come previsto dal capitolo «f» della lettera all'Ue, i tecnici del governo hanno escogitato una serie di format per l'effettiva individuazione degli esuberi dei dipendenti e della loro messa in mobilità. I lavoratori coinvolti avranno tempo due anni per accettare la nuova destinazione e organizzare la loro vita. In caso contrario perderanno il posto.

Una giornata campale: due Consigli dei ministri, uno in mattinata, l'altro in serata concluso alle dieci di sera, una riunione di presidenza del Pdl durata oltre due ore a palazzo Grazioli durante la quale il ministro dell'Economia Giulio Tremonti è stato nuovamente messo sotto processo dal collega alla Funzione Pubblica Renato Brunetta e dal capogruppo del Popolo della libertà alla Camera Fabrizio Cicchitto. Che la maggioranza non fosse in grado di formalizzare misure spettacolari da dare in pasto ai mercati e al famelico mondo dello spread lo si era già capito nel tardo pomeriggio dalle parole del ministro Tremonti pronunciate davanti alla commissione Bilancio del Senato, e cioè che le misure anticrisi sarebbero state quelle contenute nella lettera del governo all'Europa.

Ingessata politicamente, guardata a vista dal Quirinale per sostenere la via del maxi emendamento anziché quella del decreto preferita dal premier, la maggioranza ha così partorito con fatica un pacchetto al ribasso rispetto alle aspettative, secondo diversi osservatori. Forse anche corroborata dalle non pessimistiche conclusioni del Comitato per la stabilità finanziaria che in mattinata aveva riscontrato una tendenza «all'equilibrio dei conti pubblici italiani accompagnato da un contenuto andamento del fabbisogno» anche se i settori bancari e assicurativi «stanno soffrendo gli effetti della crisi». L'impianto legislativo non è ancora definito: i tecnici di Palazzo Chigi sono al lavoro per valutare quali provvedimenti siano compatibili con la legge di stabilità e quali dovranno prendere altre strade.





Roberto Bagnoli
03 novembre 2011 07:31

G20/ Cannes possibile rampa di lancio per una Tobin Tax europea

fonte: http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20111102_00108.shtml

Limitata ai 17 Paesi della zona euro, come proposto da Berlino


Cannes (Francia), 2 nov (TMNews) - Il vertice del G20 di Cannes dovrebbe gettare le basi per una tassa sulle transazioni finanziarie, ma di fronte alla contrarietà di Stati Uniti e Regno Unito il suo perimetro di azione sarà ristretto, nella migliore delle ipotesi, al nocciolo duro della zona euro.

Il Presidente francese Nicolas Sarkozy, presidente di turno del G20, farà "di tutto" perché il vertice faccia "smuovere la situazione", ha assicurato lunedì scorso Henri Guaino, consigliere speciale di Sarkozy. "E' una questione centrale, sia per la riforma delle finanze che per trovare risorse" per "combattere la povertà", ha aggiunto. Da Berlino, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble ha proposto di instaurare la Tobin Tax nei 17 paesi della zona euro, che potrebbero così fungere anche da test sull'efficacia di tale imposta, in modo da convincere i contrari.

La Tobin Tax, dal nome del premio Nobel per l'economia James Tobin, è una tassa su tutte le transazioni sui mercati valutari volta a stabilizzarli e, contemporaneamente, a procurare risorse da destinare alla comunità internazionale. La formula che sarà discussa domani e venerdì al G20 prevede che la tassa finanzi lo sviluppo, ma contribuisca anche, nel pieno della crisi dei debiti sovrani, a ridurre il peso del debito nei Paesi che la imporranno. Parigi e Berlino hanno imposto la questione anche nell'agenda della Commissione europea, che ne discuterà nei prossimi mesi: Bruxelles stima che la tassa potrebbe portare a 55 miliardi di euro annui.

Oggi si è pronunciato a favore della tassa anche la massima autorità della chiesa anglicana, l'arcivescovo Rowan Williams, rilanciando la linea annunciata dal Vaticano la scorsa settimana e ricordando il sostegno all'imposta di miliardari come Bill Gates e George Soros. Ma il fronte dell'opposizione è piuttosto nutrito: non ci sono solo Stati Uniti e Regno Unito, ma anche Canada, Cina, Russia e Svezia. Proprio Bill Gates, che sarà a Cannes per presentare un rapporto sullo sviluppo, ha sottolineato come la Tobin Tax non abbia bisogno di essere mondiale per vedere la luce. Potrebbe quindi nascere solo in chiave europea, e più verosimilmente, in seno alla zona euro.

(fonte Afp)

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