lunedì 24 ottobre 2016

resistenza e autogoverno federalista in Rojava



 http://www.umanitanova.org/tag/kurdistan/     sito Umanità Nova 1 ottobre 2016.
"Il 19 luglio del 2012 le regioni della Rojava, il Kurdistan siriano, proclamarono l’autonomia, dando vita ad una rivoluzione di segno chiaramente libertario, che è divenuta l’unico baluardo contro lo Stato Islamico, le formazioni quaediste e il regime del Baath, il partito della dinastia Assad. La resistenza all’assedio di Kobanê e la liberazione della città tra il settembre del 2014 e il gennaio del 2015 ha acceso i riflettori su quest’angolo di Siria. La Turchia dell’islamista Erdogan, ha sostenuto – sia pure non ufficialmente – l’ISIS in Siria ed ha poi scatenato una vera guerra civile in ampie zone del Bakur, il Kurdistan turco. Molte città a maggioranza curda sono state messe sotto coprifuoco, bombardate e rase al suolo, causando centinaia di morti, profughi, senza casa. Lo scorso luglio, il fallito colpo di stato, verosimilmente animato dai seguaci del ex alleato islamista Fethullah Gulen, ha dato mano libera al governo turco contro ogni forma di opposizione sociale. Sono decine di migliaia le persone licenziate, imprigionate, e torturate; sono decine le sedi politiche e i giornali chiusi. Nonostante tutto gli uomini e le donne in armi del YPG e YPJ (le milizie di autodifesa) hanno continuato a difendere il proprio progetto alternativo dalle truppe dell’ISIS, da quelle turche, di Al Nusra e dell’esercito fedele ad Assad e a liberare sempre maggior territorio siriano. Il mese di agosto poteva segnare una svolta: la liberazione di Manbij (Manbic), con gli uomini e le donne festanti, finalmente in grado di togliersi i simboli del dominio – barba e burka -, ha segnato un importante successo politico e militare delle YPG, componente maggioritaria delle Forze Democratiche Siriane (SDF). Mancava un ultimo tassello, quello a cui le milizie curde hanno sempre mirato dalla liberazione di Kobane in poi, quello che il governo statunitense ha sempre osteggiato: la liberazione di Jarablus. Basta un rapido sguardo sulle carte geografiche per rivelare la sua importanza strategica. Se questa città, al confine con la Turchia, fosse stata liberata dalle YPG e JPG, sarebbe stato chiuso il “corridoio meridionale”, fondamentale passaggio per i rifornimenti turchi all’ISIS e ad altri miliziani islamisti, e, in senso inverso, per il greggio dai campi petroliferi controllati da Daesh. Jarablus avrebbe portato a collegare il cantone di Afrin con quello di Kobanê, dando un continuum territoriale all’area in cui si sta sperimentando la rivoluzione. A quel punto i curdi in Turchia avrebbero sicuramente tentato di unirsi ai fratelli oltre-confine per creare la tanto ambita Federazione del Kurdistan unito e indipendente. Queste sono le reali minacce a cui Erdogan vuole dare una risposta, non certo andare contro al suo alleato “ombra” Daesh. Prova ne è che, finora, nessuna postazione dei jihadisti è stata davvero bombardata dall’esercito di Ankara oltreconfine, la stessa Jarablus è stata occupata senza nessun combattimento visto che l’esercito turco ha trovato una città deserta.
Secondo un comunicato del Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale Curdo: “Lo Stato turco sta operando in collaborazione con la milizia di Jabhat Fatah al-Sham (ex-Al Nusra) affiliata ad Al-Qaeda e con l’ISIS. Jarablus è stata presa grazie ad un accordo tra le parti.” Erdogan ha preparato bene l’invasione in Siria, è volato in Russia per assicurarsi che l’asse russo-siriano-iraniano non avrebbe appoggiato la creazione di una regione autonoma curda e non avrebbe interferito con l’azione turca contro le YPG e le SDF. È riuscito anche ad ottenere che gli statunitensi facessero una sorta di sgambetto ai loro temporanei alleati curdi, ponendo fine alla breve alleanza tattica. Gli Stati Uniti “hanno usato i curdi” e poi “li hanno abbandonati” come è già successo in passato, sono eventi “che si trascinano ormai da un secolo”, anche Saywan S. Barzani, ambasciatore irakeno in Olanda, parla di “guerre di procura” combattute in Medio oriente “fra diversi Paesi, dietro i quali vi sono americani e russi”. Serve “un accordo”, aggiunge, fra “le due potenze mondiali… Usano la religione e le ideologie per una guerra di economia e di influenza”. L’8 settembre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, presente il suo omologo saudita, ha dichiarato che: “La Turchia sta preparando la più grande operazione militare della sua storia contro le milizie curde.” Del resto sono due anni che Erdogan chiede la creazione di una ‘zona cuscinetto’ lungo il confine turco in cui poter sbattere i profughi siriani in fuga dai combattimenti, riuscendo così ad esaudire le richieste dell’Europa e di fatto procedendo ad una seconda arabizzazione dell’area. Una vera dichiarazione di guerra ad un popolo che vuole solo la pace e poter vivere in armonia con il territorio e con le comunità che già lo abitano. Una guerra senza confini. In patria dopo i coprifuoco, le distruzioni e gli eccidi commessi dall’esercito turco nelle città a maggioranza curda, ora Erdogan sta continuando una pulizia etnica più democraticamente accettabile fatta di incarcerazioni, torture, e, in questi ultimi giorni, il commissariamento di 38 municipi e la sospensione di 11.285 insegnanti curdi e chi sa quanti nella pubblica amministrazione. In contemporanea continuano gli attacchi ai villaggi siriani di confine, per la prima volta anche nel cantone di Afrin. L’apparente immobilismo occidentale continua in realtà a sostenere la dittatura di Erdogan, mantenendo il PKK (partito dei lavoratori del kurdistan) nella “lista nera” delle organizzazioni terroriste, fregandosene della prigionia di Öchalan, in barba a qualsiasi pretesa di rispetto dei diritti umani.
Chiaro è che nessuno vuole appoggiare l’alternativa curda. Una alternativa basata sull’autogestione e le decisioni prese dal basso in contrapposizione alla logica del dominio degli Stati nazione. Un’autonomia alternativa quindi anche alle politiche delle grandi potenze coinvolte che privilegia le cooperative e un’economia su piccola scala, i consigli di quartiere e di villaggio e soprattutto che mette al centro di ogni suo agire la lotta al patriarcato e il protagonismo delle donne nella vita politica e sociale. Il silenzio complice anche dell’Europa, non è dettato da considerazioni politiche di ampio respiro ma piuttosto, come sempre, dal vil denaro. Chi rende la Turchia affidabile e intoccabile sono gli interessi economici, non solo nel campo militare, vedi la collaudata partnership della Turchia con Finmeccanica. Il settore civile è un’altra gallina dalle uova d’oro, basti pensare alla nostra regione che se pur così piccola ha dei rapporti economici importanti con lo stato turco.
ll porto di Trieste è uno dei porti italiani maggiormente coinvolto nel traffico merci con la Turchia. L’Acciaieria Fonderia Cividale ha avuto ben due commesse milionarie proprio dalla Turchia, grazie alla joint venture composta dalla turca Ictas Insaat e dall’italiana Astaldi. Ancor più dopo il fallito golpe, il presidente turco Erdogan si sente di essere, e a ragione, in una situazione vincente. La distruzione della Siria ed il massacro di centinaia di migliaia di siriani è un sinistro avvertimento. Gli Stati faranno poco o nulla per impedire il massacro del popolo curdo e la Rojava potrebbe essere invasa se Erdogan dovesse scatenare la potenza militare del suo esercito. La necessità di solidarietà col popolo curdo, non è mai stata così urgente.
Ora più che mai dobbiamo far sentire la nostra voce: basta con questo macabro baratto tra vittime e posti di lavoro.
Coordinamento Libertario Regionale".

LEGÀMI: ARTE E ANARCHIA: DUE VOLTI DELLA STESSA MEDAGLIA

fonte: http://losbuffo.com/2015/02/18/arte-e-anarchia/      |  0 | BY 





Al prete che dice che questi uomini sono i nemici della religione; al giudice che dice che questi uomini sono i nemici della legge; al pingue parlamentare che dice che questi uomini sono i nemici dell’ordine pubblico e della decenza; a tutti quelli io ripeterò: Voi siete dei falsi re, ma siete veri profeti: Io sono venuto a distruggervi e ad adempire le vostre profezie!”
Con questa persuasiva affermazione, il personaggio letterario Gabriele Syme de “L’uomo che fu Giovedì” di Chesterton consacra la sua adesione ad una misteriosa società anarchica londinese che lo condurrà verso una serie inaspettata di colpi di scena e clamorose rivelazioni.
Al di là delle trame, la citazione proposta presenta quelli che sono i motivi chiave del sentimento anarchico, avente come punto fermo la sovversione di un ordine; il termine stesso anarchia contiene la sua rivelazione nella radice greca che lo forma: ana-arké, senza governo, senza capo o guida.
Da qui, ecco motivati l’assassinio del re d’Italia a Monza da parte dell’anarchico Gaetano Bresci, l’omicidio dello zar di Russia Alessandro II con la speranza di una precoce rivoluzione, o ancora i vari attentati promossi contro Mussolini che sempre ne uscì illeso.
Atti violenti contro il sistema, contro il potere costituito, contro tutto quel tessuto putrido cementato nella tradizione ed apparentemente invincibile se non attraverso azioni estreme.
“La Rivoluzione non è un pranzo di gala” sosterrà Mao; gli anarchici sembra l’avessero capito diversi decenni in anticipo.


n questo movimento estremo di “ordine senza potere”, l’arte come si innesta?
È prima di tutto necessario effettuare una precisazione, che traggo da un articolo scritto dal critico d’arte Arturo Schwarz: “l’anarchia non è sinonimo di disordine, confusione, arbitrarietà o irresponsabilità (che sono invece connaturali ai sistemi autoritari, ugualmente ostili all’individuo e alla collettività), ma implica un ordine superiore basato sull’armonia e l’amore. L’anarchia è uno stato d’animo. Ogni persona può scoprirlo da sé e per sé nel solo modo possibile, facendo proprio il rifiuto del principio di autorità”.
Anarchia come stato d’animo dunque, come introspezione e riscoperta di sé; esattamente come la produzione artistica.
Il legame solidissimo tra l’anarchico e l’artista è stato colto dalle più grandi menti (e cuori) dei decenni passati.
Famosa è la dichiarazione di Wilde per cui “la forma di governo che più si associa all’artista è l’assenza di governo”, così come André Breton farà corrispondere il mondo anarchico al mondo surrealista o ancora Signac che definirà il pittore anarchico come colui che, incurante dei guadagni, “lotta con tutta la sua individualità contro le convenzioni borghesi”.



Assodata l’anarchia come rifiuto del principio di autorità, risulta palese come l’arte sia per sua stessa natura anarchica, come l’artista sia “la dimensione estetica dell’anarchico, così come la materia è la dimensione del movimento”.
Una prova è il fatto che gran parte delle opere pittoriche della nostra secolare storia occidentale ritraggano Dio o scene a lui connesse: l’uomo sfida quell’autorità intesa come sua creatrice e si permette di dargli volto, forma e dimensione, di racchiuderlo entro una figura definita, umanizzandolo. Il sacro che diviene profano.
Dio ha fatto l’uomo ed allo stesso tempo l’uomo crea Dio…un deciso sovvertimento dell’ordine!
L’arte è poi anarchica per l’umana tendenza a non standardizzarsi, per quel suo vizio pestifero di sfidare il tabù e svelarlo in primo piano, come se operasse per antitesi: “Tu mi impedisci di disegnare questo e quello? Il sistema lo vieta? Bene, io allora disegnerò proprio questo e quello!”
Stando al panorama italiano, artisti dichiaratamente anarchici iniziarono a diffondersi sulle scene sul finire del XIX secolo, ebbri della poesia simbolista francese sostenitrice degli libertari.
Tra questi, la maggior parte accoglierà le posizioni del movimento futurista iniziato da Marinetti che, non a caso, nella sua prima opera teatrale Le Roi Bombance del 1905 esalta le gesta dell’anarchico Famone.
A tali suggestioni non si sottrassero nemmeno artisti anarco-socialisti quali Boccioni e Carrà, già traduttori nelle loro opere di temi umanitari del lavoro.
Il futurismo incarna in arte il pieno spirito dell’anarchismo, rifiutando di getto ogni legame col passato – considerato anacronistico e stantio – ed anelando ad una rivoluzione che possa correre veloce, come veloce correva in quegli anni il progresso umano.
Gli ideali dell’anarchismo saranno accolti dalla maggior parte delle avanguardie artistiche del nuovo secolo, in Italia come nel mondo intero.
C’è dell’anarchia nel dadaismo, con Tristan Tzara che dichiarava “Dada nacque da una rivolta comune a tutti i giovani (…) senza riguardi per la storia, la logica, la morale comune”, così come abbiamo influenza anarchica e rivoluzionaria in movimenti quali il surrealismo e l’astrattismo stesso.
Nessun secolo come il Novecento ha rotto così di netto con l’esperienza artistica dei secoli passati, come si fosse ormai esaurita un’energia propulsiva e il destino dell’arte potesse solo dipendere da nuove forme e nuove concezioni. Come se l’arte avesse definitivamente consumato il suo rapporto d’amore con l’uomo e solo due nuove compagne potessero riaccendere il sentimento: la “signora Libertà e la signorina Anarchia”.

Festa antifascista 20 ottobre 2018 via Testi 2 ore 18.30

Non è solo una grande festa antifascista, è una chiamata a tutte le forze antifasciste, quelle che si unirono attorno al più alto significa...