sabato 9 giugno 2012

Della lotta armata e di alcuni imbecilli




ARTICOLO DI "UMANITA' NOVA" N.19 ANNO 2012

Nel nostro paese la situazione politica e sociale mostra chiari segni di 
un’involuzione autoritaria su scala globale. Il dispiegarsi di politiche 
disciplinari in risposta alle questioni sociali è segno che il tempo dei 
compromessi, delle socialdemocrazie sta tramontando. Potremmo dover fare 
i conti con il rischio che si impongano regimi decisamente autoritari. 
La criminalizzazione dei movimenti sociali e degli anarchici, prepara il 
terreno e nuovi dispositivi repressivi: nuove leggi, nuovi procedimenti 
penali, una sempre più forte torsione delle normative vigenti, un sempre 
maggior controllo militare del territorio.

L'immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la 
dice lunga su quali sono le intenzioni dell'oligarchia al potere. Un 
atto vile, di terrorismo indiscriminato, contro delle giovani donne, 
antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di 
lotta armata, magari con origini greche o con contorno mafioso, con 
l'obiettivo palese della realizzazione dell'unità di tutti gli 
schieramenti in difesa dello Stato, un'unità che abbiamo visto all'opera 
negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi speciali, 
dell'arretramento sociale e culturale del paese.

Anche il ferimento dell’AD di Ansaldo nucleare e la rivendicazione 
inviata al Corsera dal nucleo “Olga” della FAInformale dimostrano come 
azione e comunicazione si intreccino e si confondano in un gioco di 
specchi infinito e deformante. Occorre osservare con attenzione per 
coglierne l’intima trama.
I media, gli stessi che minimizzano da sempre la ferocia della guerra 
che l’esercito italiano combatte in Afganistan, hanno sparato a zero 
contro il movimento anarchico, quel movimento che non si sottrae alle 
lotte sociali, che è in prima fila nei movimenti per la difesa 
ambientale, contro la guerra e il militarismo, contro le leggi razziste 
e le politiche securitarie nel nostro paese.
Giornali, radio e televisioni, che nell’immediato non avevano alzato i 
toni, si scatenano dopo la rivendicazione.

Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui 
indirizzare l'attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono 
riusciti negli anni '80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza 
dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti 
ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni 
erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e 
contrapposizioni, così oggi c'è chi intende rispolverare i vecchi arnesi 
della criminalizzazione preventiva.
D'altronde la situazione per governi e padroni non è facile: devono far 
digerire misure sempre più indigeste e in loro cresce la paura di una 
ribellione sociale.
Il ferimento di Adinolfi è stato colto al volo per rilanciare, dopo le 
varie informative dei servizi segreti sul pericolo 
“anarco-insurrezionalista”, l'incombenza della minaccia terroristica di 
matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al 
movimento NoTav e, in generale, contro ogni forma di opposizione sociale.
Se l'operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi 
sempre nuove operazioni repressive.
In una situazione dove l'aggressione alla qualità della vita della 
popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro 
dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove 
ci sarebbe bisogno di tutta la partecipazione, di tutta l'intelligenza e 
della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere 
lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle 
forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare 
inevitabile doversi misurare con chi pensa che un gruppo, 
un'organizzazione, dura, combattente, clandestina, possa ottenere 
risultati efficaci, con chi pensa di avere la risposta in tasca. Come il 
gruppo che ha firmato l'attentato al dirigente di Ansaldo Nucleare 
rivendicando la sua appartenenza alla federazione anarchica informale. 
Soprattutto se l'enfasi mediatica con il quale vengono riportate queste 
azioni è funzionale al coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in 
un processo di criminalizzazione generale, che ha investito pesantemente 
anche la Federazione Anarchica Italiana.
Non per caso il testo del nucleo “Olga” viene pubblicato integralmente 
dal Corriere della sera, che decide in tal modo di fare da megafono alla 
FAInformale. Viene da chiedersi il perché. La risposta non è difficile.
Il comunicato, dopo le prime righe sulla questione nucleare, è dedicato 
alla propaganda: buona parte del documento è un attacco violentissimo al 
movimento anarchico nelle sue tante componenti.
Tutti i quotidiani, i GR e i telegiornali dedicano ampio spazio ad un 
testo in cui si sostiene che gran parte del movimento anarchico fa 
proprio un anarchismo “ideologico e cinico, svuotato da ogni alito di 
vita”. Non solo. Secondo gli informali gli anarchici impegnati nelle 
lotte sociali “lavorerebbero per il rafforzamento della democrazia”. 
Ossia per il mantenimento dell’ordine gerarchico.
Chi legge ha l’impressione che lo scopo reale dell’azione non fosse 
tanto un monito ai signori dell’atomo, quanto l’ottenere l’audience 
adatta a far sapere a tutti la propria opinione sul movimento anarchico.
L’azione degli anarchici è descritta come mera attività ludica, >
“ascoltare musica alternativa” mentre il “nuovo anarchismo” nasce dal 
gesto di “impugnare la pistola”, dalla scelta della “lotta armata”.
Il mezzo annebbia a tal punto il fine che i supereroi da cartone 
animato, che non amano “la retorica violentista ma con piacere” hanno 
“armato” le proprie mani non si rendono conto che nel nostro paese il 
nucleare è al momento uscito di scena, grazie alle lotte e ai movimenti 
popolari.
Azioni dirette, senza delega, concrete e capaci di mostrare che è 
possibile prendere in mano il proprio destino, lottare contro i giganti 
dell’atomo e sconfiggerli, come a Scanzano Jonico e nei blocchi dei 
trasporti nucleari tra l’Italia e la Francia, dove gli anarchici erano 
in prima fila.
Ogni giorno gli anarchici partecipano alle lotte per difesa del 
territorio e per l’autogoverno, contro i padroni per la realizzazione di 
margini di autonomia dei lavoratori dalla schiavitù salariata, contro la 
guerra e le produzioni militari, per una società senza eserciti e 
frontiere, contro il razzismo, il sessimo, la guerra ai poveri e alle 
donne.
Gli anarchici, che subiscono lo sfruttamento e l’oppressione come tutti, 
a fianco di ogni altro sfruttato ed oppresso, si battono contro lo stato 
e il capitalismo per creare le condizioni per abbatterli, mirando a 
spezzare l’ordine materiale e, insieme, quello simbolico, consapevoli 
che non basta distruggere ma occorre saper costruire. Costruire senza 
timore che la casa venga abbattuta, sapendo che ogni spazio liberato, 
anche per pochi momenti, diviene luogo di sperimentazioni dove tanti 
assaporano il gusto di una libertà che non è astrazione poetica ma 
concreta edificazione di un ambito politico non statale.
Azioni che prefigurano sin da ora relazioni politiche e sociali di segno 
diverso, che non si limitano al “sogno di un’umanità libera dalla 
schiavitù” perché il percorso di libertà non è un “sogno” ma la 
scommessa quotidiana dentro le realtà sociali in cui siamo forzati a 
vivere e che vogliamo contribuire a cambiare. Non da soli. Mai da soli, 
perché l’umanità è fatta di persone in carne ed ossa, perché agire in 
nome di un’astratta “umanità” è tipico degli stati, delle religioni, 
persino del capitalismo che promette senza mantenere benessere e 
felicità. Non degli anarchici.
La pratica della libertà attraverso la libertà può essere contagiosa ma 
non si può certo imporre.
Gli estensori del comunicato rifuggono il “consenso” e cercano 
“complicità”. Se ne infischiano del fine e pensano solo al mezzo, di 
fatto rinunciando ad ogni prospettiva di rivoluzione sociale anarchica. 
Il loro linguaggio e la loro pratica sono un cocktail di pratica 
avanguardista e retorica estetizzante.
Inevitabile che i media dessero loro ampio spazio, seguendo linee 
interpretative a volte divaricate, altre volte intrecciate. La maggior 
parte degli organi di informazione ha imbastito teoremi per mettere in 
relazione le lotte sociali e la FAI informale, in un rapporto quasi 
simbiotico.
Gli anarchici sono serrati in una morsa interpretativa: da un lato 
descritti come “terroristi” o loro tifosi, dall’altro come burocrati 
inoffensivi.
Una morsa che probabilmente sarà gradita a chi si compiace del gesto, vi 
si appaga in un’estasi esistenziale in cui il bagliore di un attimo 
compensa il grigiore di una quotidianità spesa nel silenzio e 
nell’attesa di un’altra occasione per far salire l’adrenalina. “Per 
quanto lieve sia questo bagliore – scrivono – la qualità della vita ne 
sarà sempre arricchita”. Tra un pacco postale e una pallottola alle 
gambe potranno crogiolarsi nella fama di carta che i media pagati da 
padroni e partiti vorranno regalare loro.

Al di là dell’uso mediatico dell’attentato ad Adinolfi, resta il dato 
politico del riproporsi di un avanguardismo armato, che oltre le 
seduzioni semantiche, ricalca una parabola da partitino autoritario, che 
culla l’illusione di potersi ergere a guida di quanti giudicano 
intollerabile il mondo dove viviamo. Non a caso al processo per le 
cosiddette “nuove BR”, persone lontanissime dall’anarchismo hanno 
manifestato entusiasmo per l’attentato di Genova. È l’apoteosi del 
mezzo, che non si cura del fine. Una sorta di trasversalità dell’agire 
colma l’apparente distanza dei progetti. In realtà questa distanza si 
dissolve allorché questa pratica si sviluppa in opposizione alle lotte 
sociali, inevitabilmente costrette in quello che il nucleo “Olga” chiama 
“cittadinismo”. Con questo termine bollano le lotte popolari che in 
questi anni, con crescente radicalità organizzativa hanno più volte 
messo in difficoltà i governi che si sono succeduti, ledendo gli 
interessi delle grandi imprese ed inaugurando pratiche di partecipazione 
certo non anarchiche ma sicuramente lontane dalla triste abitudine alla 
delega in bianco elettorale.
Fuori dalle lotte sociali cosa resta? Il partito, null’altro che il 
partito. Non a caso i fautori della federazione informale si sono dotati 
di una sigla-contenitore, riducendo il percorso di affinità alla pratica 
di azioni violente. Prescindiamo dal fatto banale – anche se grave - che 
in tal modo si offre una sponda ad infinite operazioni repressive basate 
su reati associativi. Andiamo oltre anche al rischio palese che un 
giorno o l’altro Stato o fascisti possano usare la sigla per scopi 
propri, utilizzando la sponda loro ingenuamente offerta.
Se l’esito è il partito, l’organizzazione che agisce dove altri non 
agirebbero, l’organizzazione che si pone in lotta privata con lo Stato e 
i padroni, allora quest’esito conduce direttamente fuori dall’anarchismo.
L’anarchismo è altrove. L’anarchismo non si impone, ma si propone. Ogni 
giorno, giorno dopo giorno, nell’auspicio che si fa agire concreto 
perché gli sfruttati, se vogliono, possono creare le condizioni per fare 
a meno di chi li sfrutta, perché gli oppressi, se vogliono, possono 
lottare per liberarsi da chi li opprime. È questione di pratica, di 
ginnastica della rivoluzione, di sperimentazione del possibile e del 
desiderabile, di messa in gioco quotidiana.
Nell’estasi superomista del gesto che appaga, scrivono con disprezzo che 
per gli anarchici sociali “unica bussola è il codice penale”. Scrivono 
“costi quel che costi”, gli anarchici il prezzo lo pagano ogni giorno. 
Anche, ma non è né un vanto né una lamentela, di fronte ai tribunali, 
che ci presentano il conto per le lotte cui partecipiamo.

Gli autori del comunicato usano il termine “federazione” ma riducono il 
federalismo alla relazione intangibile tra chi si riconosce nella 
pistola che spara o nel pacco che deflagra, non certo nella volontà di 
costruire un ambito di relazioni che si impegni a coniugare libertà ed 
organizzazione.
I detrattori dell’anarchismo sostengono che è impossibile coniugare 
libertà e organizzazione, anarchia e organizzazione, poiché identificano 
l’organizzazione con la gerarchia, con lo Stato, con l’imposizione 
violenta di un ordine sociale che limita la libertà e trasforma 
l’uguaglianza in uno scheletro formale senza base materiale.
I sostenitori della democrazia parlamentare ritengono che la libertà 
vada limitata, perché, al di là della retorica sul potere popolare, non 
vedono la libertà come il segno distintivo di un’umanità che si emancipa 
dalla sottomissione ad un qualsivoglia ordine gerarchico, ma come 
pericolo da ingabbiare. Per i democratici l’unico modo di regolare i 
conflitti, la giungla sociale, è nell’imposizione violenta di regole 
fissate in base al principio di maggioranza.
Gli esponenti del nucleo Olga adottano la giungla sociale con cui gli 
Stati giustificano la loro esistenza, come puntello ad un agire per il 
gusto d’agire, un agire che rifugge con sdegno ogni riflessione 
sull’etica della responsabilità, sulla necessità morale e politica di 
costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere. Un agire che 
basta a se stesso, senza alcuna attenzione a coloro, senza i quali, 
piaccia o non piaccia, si fa la guerra privata allo Stato, non la 
rivoluzione. Nel loro scritto proclamano “il piacere di aver realizzato 
pienamente e aver vissuto qui e oggi la ‘nostra’ rivoluzione”. In questo 
modo la rivoluzione sociale si riduce ad una pratica autoerotica in club 
privé.

L'anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi 
azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle: 
esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla 
interpretazione del momento storico in cui essi vivono.
L'efficacia dell'azione diretta non viene espressa dal grado di violenza 
in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una 
strada praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado 
di ridurre la violenza al minimo livello possibile all'interno del 
processo di trasformazione rivoluzionaria.
La violenza se eretta a sistema rigenera lo Stato.

La scommessa degli anarchici organizzatori è quella di costruire ambiti 
di relazione politica e sociale, che, con il loro stesso esistere, 
prefigurino relazioni sociali libere, dove il legame organizzativo 
amplifica la libertà del singolo. L’anarchismo sociale non è permeato da 
alcuna pretesa che esista la formula definitiva per la società 
anarchica, ma si interroga e interrogandosi prova a praticare una 
relazione tra diversi che miri alla sintesi possibile, nel rispetto 
delle differenze di ciascuno e ciascuna. Siamo consapevoli che solo una 
società omologata e, quindi, intrinsecamente autoritaria se non 
totalitaria, può immaginare di espungere il conflitto dalle relazioni 
sociali: per questa ragione consideriamo l’anarchia un orizzonte 
costantemente in costruzione, dove la rivoluzione sociale che abolisce 
la proprietà privata ed elimina il governo, è il primo passo non 
l’ultimo di un percorso di sperimentazione sociale, che è nostro sin da ora.

La Commissione di Corrispondenza

Commissione di Corrispondenza
Federazione Anarchica Italiana
Corso Palermo, 46 - 10152 Torino
www.federazioneanarchica.org

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