domenica 15 maggio 2011

FRASI ERRICO MALATESTA





Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta.
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Se la democrazia potesse essere altro che un mezzo di ingannare il popolo, la borghesia, minacciata nei suoi interessi, si preparerebbe alla rivolta e si servirebbe di tutta la forza e di tutta l’influenza che le sono date dal possesso della ricchezza, per ricordare al governo la sua funzione di semplice gendarme al suo servizio.
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L’Anarchia, al pari del socialismo, ha per base, per punto di partenza, per ambiente necessario, l’eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà; e per metodo la libertà.
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Tutti gli anarchici, a qualsiasi tendenza appartengono, sono in certo modo degli individualisti. Ma la proposizione reciproca è ben lungi dall’essere vera: tutti gli individualisti non sono – e ce ne corre – degli anarchici.
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Strettamente parlando noi [anarchici] non possiamo avere una politica estera, poiché noi stiamo e vogliamo stare fuori e contro l’attuale spartizione del mondo in Stati rivali. Per noi non vi sono stranieri.
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Lo Stato è come la religione, vale se la gente ci crede.
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Organo e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione o l’organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete un esercito in un paese in cui non ci siano nè ragioni nè paure di guerra interna o esterna, ed esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà i delitti e delinquenti, o cesserà di esistere.
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Ottenere il comunismo prima dell’anarchia, cioè, prima di avere completamente conquistato la libertà politica ed economica,significherebbe stabilire una tirannia cosi terribile, che la gente rimpiangerebbe il regime borghese, per poi tornare al sistema capitalista.
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Il pericolo più grande che minaccia il movimento operaio è la tendenza dei leader a considerare la propaganda e l’organizzazione come un mestiere.
Frasi e Aforismi di Errico Malatesta

Errico Malatesta

Errico Malatesta (S.Maria Capua Vetere, Caserta, 14 dicembre 1853 - Roma, 22 luglio 1932) è stato il teorico e il rivoluzionario anarchico italiano più importante degli ultimi due secoli.

Biografia

Errico Malatesta
Nato il 14 dicembre 1853 a S.Maria Capua Vetere da una famiglia di ricchi proprietari terrieri. Il padre Federico, napoletano originario del Cerriglio, aveva lì una fiorente fabbrica per la concia del cuoio. La madre Lazzarina Rastoin era figlia di un ricco commerciante di pelli di origine marsigliese. Errico Malatesta compì gli studi in un collegio di padri scolopi, quindi si iscrisse all'Università di Napoli, dove studiò medicina per tre anni senza laurearsi.
In giovanissima età abbracciò gli ideali repubblicani di Giuseppe Mazzini. Il 25 marzo 1868 venne convocato dalla questura di Napoli a causa di una lettera di carattere sovversivo scritta a Vittorio Emanuele II; il 19 marzo 1870, non ancora diciottenne, subì il primo di quella che sarebbe stata una lunga serie di arresti, a seguito di una sommossa organizzata da un circolo studentesco repubblicano dell'Università di Napoli.
Nel 1871, dopo la Comune di Parigi, abbandonò le idee repubblicane per abbracciare l'ideale anarchico; nello stesso anno si iscrisse alla federazione napoletana dell'Associazione internazionale dei lavoratori.
Nel 1872 si recò in Svizzera per partecipare al Congresso di Saint-Imier; in quell'occasione divenne amico di Michail Bakunin.
Dopo il congresso iniziò un periodo di intensa attività sovversiva: nel 1873 fu arrestato a Bologna; nel 1874 partecipò con un piccolo gruppo ad un fallito tentativo di insurrezione a Bologna; venne arrestato poco dopo a Pesaro. Il processo conseguente si risolse con l'assoluzione di tutti gli imputati, risultando in una notevole popolarità per gli insorti e per Malatesta in particolare.
Il 19 ottobre 1875 Malatesta si iscrisse alla massoneria nel tentativo di diffondere l'ideale socialista tra gli iscritti; il suo rapporto con la massoneria fu piuttosto tormentato, e si interruppe definitivamente il 18 marzo 1876, quando, indignato dalla decisione della sua "loggia" di organizzare un ricevimento d'onore per Giovanni Nicotera, eletto poco prima ministro dell'interno, decise di abbandonarla definitivamente.
Il 5 aprile 1877, formando insieme a Carlo Cafiero ed altri ventiquattro esponenti dell'anarchismo italiano la Banda del Matese, partì dalle pendici del Massiccio del Matese con l'obbiettivo di dare il via ad un'insurrezione. Dopo alcuni giorni di resistenza, visto l'imponente spiegamento di forze da parte del Regno d'Italia, gli insorti furono arrestati e processati.

 Partenza dall'Italia

Nel 1878 iniziò per Malatesta un intenso periodo di peregrinazioni: dopo un breve periodo in Egitto, si recò in Siria ed in Romania prima di fermarsi a Ginevra, dove conobbe Élisée Reclus e Pëtr Kropotkin, del quale divenne grande amico e con cui pubblicò «Le Révolte»; si spostò successivamente in Belgio, quindi nel 1881 raggiunse Londra, dove organizzò insieme a Kropotkin il Congresso Internazionale Socialista Rivoluzionario.
Nel 1882, venuto a conoscenza della rivolta di Arabi Pasha, tornò in Egitto nel tentativo di trasformare il moto nazionalista in rivolta sociale. Venne arrestato dai soldati inglesi l'anno successivo, quindi tornò in Italia clandestinamente, sbarcando a Livorno. Poco tempo dopo venne arrestato per cospirazione insieme all'amico Francesco Saverio Merlino ed altri rivoluzionari. Approfittando della libertà provvisoria si recò a Firenze, dove iniziò la pubblicazione de «La Questione sociale» (primo numero il 22 dicembre 1883) in cui trovò per la prima volta pubblicazione Fra contadini, uno dei suoi trattati più noti.
Nonostante avesse subito una condanna a tre anni di reclusione, nel 1884 si recò a Napoli per prestare soccorso alla popolazione colpita da un'epidemia di colera, quindi partì per l'America Latina per sfuggire alla cattura.

 Esule in Argentina

Altra immagine di Malatesta
 
Si stabilì a Buenos Aires, dove entrò in contatto con il Circolo Comunista Anárquico e riprese la pubblicazione - in lingua italiana - de «La Questione sociale». Nel 1886 tentò l'esperienza, rivelatasi poi disastrosa, del cercatore d'oro in Patagonia; nel 1887 contribuì alla nascita del primo sindacato argentino, il "Sindacato dei fornai", del quale scrisse lo statuto.
Nel 1888 ricevette l'accusa - peraltro rilevatasi in seguito infondata - di falsificare monete; decise quindi di partire, e dopo un brevissimo soggiorno a Montevideo tornò in Europa nel 1889.

 Ritorno in Europa

Si stabilì in un primo momento a Nizza, dove pubblicò il quotidiano clandestino «L'avvenire». La polizia francese si mise presto sulle sue tracce, costringendolo a rifugiarsi di nuovo a Londra.
Tra il 1891 ed il 1892 tenne una serie di comizi in Spagna insieme all'amico Pedro Esteve, partecipando anche ad una rivolta popolare a Jerez de la Frontera. Ricercato dalla polizia, tornò ancora a Londra, dove nel 1896 assistette al Congresso Socialista Internazionale.
Nel 1897 viaggiò clandestinamente fino ad Ancona, dove contribuì alla fondazione de «L'agitazione». L'anno successivo, in occasione dello scoppio dei "Moti del pane" nella città, venne arrestato e condannato a sette mesi di reclusione. Non appena ebbe scontato la pena subì un'altra condanna a cinque anni di domicilio coatto da scontare ad Ustica e Lampedusa, dalla quale evase nel 1899 per recarsi in Tunisia. Nel 1900, dopo due brevi parentesi a New York e a Cuba, si stabilì a Londra, dove sarebbe rimasto per dodici anni con l'eccezione di un viaggio ad Amsterdam nel 1907 durante il quale partecipò al Congresso Anarchico Internazionale.

Il periodo di Londra

Durante il soggiorno nella capitale inglese, Malatesta si guadagnò da vivere come elettricista e meccanico; in questo periodo si registrò un certo indebolimento della sua attività sovversiva, a fronte di una continua attività propagandistica. Molto presto si guadagnò la stima dei lavoratori inglesi, che sollevarono imponenti manifestazioni di protesta nelle innumerevoli occasioni in cui Malatesta finì in guai giudiziari. In tal senso è emblematico l'episodio del 20 maggio 1912, quando la corte di Bow Street lo condannò a tre mesi di reclusione a seguito di una denuncia per diffamazione da parte della spia italiana Ennio Belelli. La condanna venne accompagnata da un decreto d'espulsione che dovette essere annullato in seguito alla manifestazione popolare del 12 giugno dello stesso anno.
Lasciò l'Inghilterra nel 1913 per tornare in Italia, dove iniziò la pubblicazione del settimanale «Volontà». Nel 1914 partecipò alla settimana rossa; ricercato di nuovo dalla polizia, fu costretto all'ennesimo ritorno nella capitale inglese.
Alla vigilia della prima guerra mondiale si separò dolorosamente dall'amico Kropotkin, dopo un aspro dibattito riguardo l'atteggiamento che gli anarchici avrebbero dovuto tenere a proposito de "L'Intesa" e degli interventisti, nel quale Malatesta sostenne gli ideali dell'antimilitarismo e dell'internazionalismo. Questo atteggiamento fu riscontrabile ancora in maniere evidente nel 1916, attraverso la sua aspra risposta al "Manifesto dei Sedici" pubblicata in aprile su «Freedom».  Ritorno in Italia
Nel 1919, dopo molti vani tentativi, Malatesta ottenne il passaporto dal console italiano a Londra, quindi si imbarcò per Taranto il 24 dicembre dello stesso anno. In Italia godette subito di un'enorme popolarità, di cui si avvantaggiò con un'intensa attività propagandistica e sovversiva che lo rese uno dei principali protagonisti del biennio rosso.

Prima pagina di «Umanità Nova» ( 9/12/1956), storico giornale fondato da Errico Malatesta

Nel 1920 diresse a Milano il quotidiano anarchico «Umanità Nova»; nello stesso anno fu arrestato e recluso nel carcere di San Vittore. Iniziò insieme ad altri detenuti (tra cui Armando Borghi e Corrado Quaglino) uno sciopero della fame che ne minò le condizioni fisiche riducendolo quasi in fin di vita; lo sciopero venne sospeso in seguito ad un attentato avvenuto il 23 marzo 1921 in un albergo situato vicino al teatro Diana da parte di alcuni anarchici della corrente individualista.

 Il fascismo e la fine dell'attività sovversiva

Lo stesso anno Malatesta e gli altri imputati (tra cui Nella Giacomelli) vennero liberati; continuò la direzione di «Umanità Nova» fino al 1922, anno in cui i fascisti presero il potere e chiusero il giornale, che sarebbe stato riaperto nel 1945 sotto forma di settimanale. In quello stesso anno Malatesta, sfuggendo al controllo fascista, si recò clandestinamente in Svizzera per assistere al cinquantenario del Congresso di Saint-Imier, quindi si trasferì definitivamente a Roma con la compagna Elena Melli e sua figlia Gemma.
Nei primi anni del governo fascista riuscì, seppur nella clandestinità, a proseguire la sua attività di propaganda; dal 1924 al 1926, nonostante il rigido controllo della censura, pubblicò il quindicinale clandestino «Pensiero e Volontà».
Negli anni successivi il regime fascista impose a Malatesta il continuo controllo a vista da parte di un gruppo di guardie, condannandolo in questo modo ad un sostanziale isolamento dal resto del mondo e dal movimento anarchico in particolare.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita quasi completamente chiuso in casa con la sua famiglia, subendo un progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute. Nel marzo del 1932 sopravvisse ad una grave broncopolmonite; morì il 22 luglio dello stesso anno, in seguito ad una grave crisi respiratoria.

 Il pensiero

Errico Malatesta tenta una sintesi della concezione anarchica, senza però imprigionarla in un sistema. A questo scopo distingue l'anarchia dall'anarchismo.[1] La prima è il fine, ha un valore meta-storico ed universale: rappresenta il voler essere, e come tale non è deducibile da alcuna situazione storica. L'anarchismo è la traduzione di questo fine nella concretezza di una situazione storica. La divisione corrisponde a quella tra giudizi di valore e giudizi di fatto.
I valori fondamentali dell'anarchia – libertà, uguaglianza, solidarietà – sono espressioni a-razionali di una aspirazione universale, e come tali non si legano a nessuna dottrina. Malatesta rifiuta tanto il giusnaturalismo quanto il positivismo. Il primo, perché considera l'idea di una società naturale come il risultato della pigrizia di chi sogna che le aspirazioni umane si realizzino spontaneamente, senza lotta; il secondo, perché l'esaltazione della scienza porta ad un nuovo dogmatismo, come accade in Pëtr Kropotkin.
La volontà è l'elemento decisivo per la trasformazione sociale. La società libertaria dipende unicamente dalla volontà degli uomini. La storia sfugge ad ogni filosofia e ad ogni tentativo di previsione. Per questo non è possibile sapere quando i tempi sono maturi per la rivoluzione, ed occorre approfittare di tutte le occasioni. La rivoluzione non è un fatto economico e sociale, ma un atto di volontà. La rivoluzione deve coinvolgere le masse, ma le masse non diventeranno anarchiche prima che la rivoluzione sia iniziata; gli anarchici devono allora accostarsi alle masse e prenderle come sono, senza progetti pedagogici inevitabilmente autoritari, e adattando piuttosto l'ideologia al loro sentire. L'azione rivoluzionaria ha due momenti: la distruzione violenta degli ostacoli alla libertà, e la diffusione graduale della pratica della libertà, priva di ogni coercizione.
La violenza di per sé è nemica della libertà. Essa è una triste necessità dell'anarchismo, ma solo nella fase negativa della distruzione delle forme oppressive. Malatesta è contrario ad ogni terrore rivoluzionario, che conduce necessariamente alla dittatura, così come respinge l'idea comunista della dittatura del proletariato e giudica molto severamente i risultati della rivoluzione bolscevica, che ha fermato l'esperimento dei soviet ed ha instaurato uno Stato autoritario.
Per Malatesta non è possibile compiere la rivoluzione perseguendo interessi economici, poiché l'interesse è sempre conservatore: solo l'ideale è rivoluzionario. Di qui la supremazia del politico – che persegue l'ideale universale – sull'economico, che persegue sempre fini riformisti e conservatori. Per questo anche i sindacati sono considerati riformisti, mai realmente rivoluzionari (anche per il loro carattere inevitabilmente corporativo).
L'organizzazione sociale preferibile è quella comunistica, ma deve trattarsi di un comunismo non imposto, ma liberamente scelto e voluto. Il comunismo di Malatesta non è tanto una concezione economica, quanto un principio di giustizia sociale, una tensione meta-economica. I problemi economici vanno affrontati in modo empirico, scegliendo di volta in volta l'organizzazione economica in grado di adeguare gli ideali politici anarchici.
Poiché l'anarchia è fondata sull'etica (e su un'etica della convinzione, in termini weberiani), essa non può accettare la democrazia come male minore. Di qui la sottovalutazione del fascismo da parte di Malatesta. Il sistema democratico ricorre all'autorità della maggioranza, quello anarchico alla intesa volontaria (benché in certi casi sia inevitabile ricorrere al voto). La volontà della maggioranza non può pretendere il possesso della verità assoluta, poiché tale verità non esiste. Il principio di libertà impedisce di riconoscere una sola verità: ognuno ha la propria verità, ed anche la propria anarchia. In società, tuttavia, la libertà non può essere assoluta, ma deve essere limitata dal principio della solidarietà e dell'amore verso gli altri.

 Scritti

 1897

1899

1913

  • Per la libertà, in «Volontà», 27 settembre
  • Scienza e riforma sociale, in «Volontà», 27 dicembre

1920

] 1921

 1922

  • La funzione dei sindacati nella rivoluzione, in «Umanità Nova», 13 aprile
  • Ancora sulla libertà del lavoro, in «Umanità Nova», 16 aprile
  • Repubblicanesimo sociale e anarchismo, in «Umanità Nova», 27 aprile
  • La base morale dell'anarchismo, in «Umanità Nova», 16 settembre
  • Ancora sulla rivoluzione in pratica, in «Umanità Nova», 14 ottobre
  • Morale e violenza, in «Umanità Nova», 21 ottobre
  • Discorrendo di rivoluzione, in «Umanità Nova», 25 novembre

1924

 1925

1929

Altri scritti

venerdì 13 maggio 2011

HO UN SOGNO

APPELLO DI ANTONELLA CODIGONI DALLE PAGINE DI FACEBOOK



"CHI DI VOI VUOLE INCAMINARSI CON ME IN QUESTO CAMMINO ME LO DICA GRAZIE E SE SIETE AMMINISTRATORI DI GRUPPI E VOLETE INIZIARLA NEL VOSTRO GRUPPO MI VA BENISSIMO BASTA CHE SI PROVA A FARLO
UN ABBRACCIO ANTIRAZZISTA ANTO"

Ho un sogno. Che nel Paese venga isolato e sconfitto il clima di intolleranza verso i migranti che è stato in modo cosciente seminato nel Paese anche da irresponsabili forze di governo.
Noi abbiamo un secondo sogno: che ai migranti, a prescindere dal loro status, siano garantiti i diritti fondamentali, umani e civili, previsti dalla costituzione e dalle leggi internazionali, in particolare in relazione agli articoli 2, 3 e 8 della costituzione con riferimento anche alla convenzione 143 della UE che garantisce la promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti ratificata dal nostro paese nel 1981. Sappiamo che l’esclusione del diverso dai diritti è la premessa necessaria alla riduzione dei diritti di tutti come già drammaticamente avvenuto nella recente storia del nostro Paese.
Noi abbiamo un terzo sogno: che nel nostro Paese cessino le violazioni dei diritti umani per i lavoratori migranti sprovvisti di documenti e cessi la aggressiva e discriminatoria retorica usata da leader politici, in particolare della Lega Nord, che istigano alla xenofobia e al razzismo e che associano esplicitamente la criminalità ai Rom, ai credenti di fede musulmana e agli africani in quanto “diversi” dal punto di vista etno-genetico, creando un ambiente di intolleranza e ostilità pregiudiziale nell’opinione pubblica
Noi abbiamo un quarto sogno: che nel nostro paese cessino le gravi violazioni dei diritti umani verso i lavoratori migranti dell’Africa, dell’Est Europa e dell’Asia, cessi la abominevole pratica dei respingimenti e dell’omissione di soccorso, cessino maltrattamenti, salari infimi, orari eccessivi e cessino le situazioni di lavoro schiavistico in cui parte della paga è trattenuta dall’impresa per un posto in dormitori affollati senza acqua né elettricità o in cui i lavoratori sono costretti a vivere in bidonville fatiscenti e degne persino delle aree più desolate del terzo mondo.
Noi abbiamo un quinto sogno: che nel Nostro Paese venga applicata la legge punendo prese di posizione pubbliche razziste e xenofobe contro gli immigrati e vengano sanzionati come istigazione alla violenza discorsi pubblici e prese di posizione politiche di tipo discriminatorio ispirate dall’odio contro gli stranieri.
Noi abbiamo un sesto sogno: che i centri di “identificazione” cessino di essere dei lager e che non si ripetano maltrattamenti ingiustificati verso i Rom, specialmente quelli di origine romena, durante i raid per lo sgombero dei campi.
Noi abbiamo un settimo sogno: che il governo di questo paese compia atti concreti per migliorare nella pubblica opinione, la conoscenza e la consapevolezza della discriminazione, e per integrare concretamente e in modo duraturo i migranti e le loro famiglie come membri della società a tutti gli effetti.
Noi abbiamo un ottavo sogno: che in questo paese cessi la violenza della xenofobia, della omofobia e del razzismo perché il rischio è quello di una deriva violenta e incontrollabile le cui conseguenze lascerebbero ferite destinate a non sanarsi mai più precipitando l?Italia in una vergognosa condizione unica nei paesi del mondo ad economia avanzata, vanificando quanto di buono, con il coraggio, il sangue e il sudore e la qualità del loro lavoro, i nostri emigranti hanno fatto in tutto il mondo per il prestigio della nostra comunità nazionale.
Noi abbiamo un nono sogno: che l’Italia e gli italiani riescano a far dimenticare alla comunità internazionale la vergogna delle atrocità commesse nelle colonie durante il ventennio fascista e l’atrocità delle leggi razziali del fascismo contro la comunità ebraica italiana.
Noi abbiamo un decimo sogno: che in Italia prevalgano la logica del progresso e della promozione umana, la logica e la cultura dell’accoglienza e del soccorso, la pratica e la difesa della dignità delle persone, uomini e donne, di ogni colore e provenienza.

mercoledì 11 maggio 2011

Rompere le gabbie cancellare le frontiere





Parma 14 e 15 maggio 2011
Rompere le gabbie cancellare le frontiere
Incontro su immigrazione, lavoro, CIE

L’immigrazione dal sud al nord del pianeta ha allargato e reso più feroce il fronte della guerra ai poveri. L’arrivo di lavoratori stranieri è la leva potente con cui è stato sferrato un attacco senza precedenti ai “diritti” acquisiti dai lavoratori in decenni di lotte durissime.
Chi emigra, sia coloro che fuggono da paesi dove la sopravvivenza è una sorta di roulette russa, sia chi si mette in viaggio nella speranza di migliorare la propria condizione, è costantemente sotto ricatto.
Il disciplinamento dei lavoratori immigrati, indispensabile a mantenerli sottomessi perché ricattabili, si è articolato in una lunga teoria di provvedimenti legislativi e pratiche repressive, che passo dopo passo, hanno posto le basi per un diritto diseguale nel nostro paese come nel resto d’Europa.
Se la disuguaglianza è sancita per legge, se l’accesso alla cittadinanza e finanche a quella sublime astrazione chiamata “diritti umani” diviene carta straccia, l’universalità della norma – sia pure meramente formale - si infrange.
È un viaggio senza ritorno. Un parziale accesso ai diritti è subordinato a condizioni quasi impossibili per i più. Una corsa ad ostacoli piena di trucchi ed inganni.
Le leggi sull’immigrazione sono parte del mosaico normativo che incastra le vite dei lavoratori immigrati e, in prospettiva in rapido avvicinamento, dei lavoratori italiani, spesso incapaci di cogliere il nesso tra leggi contro la clandestinità e riduzione di salari e tutele per tutti.

Le leggi sono lo specchio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, la cui bilancia pende a favore dei padroni. Per invertire questa tendenza servono robuste spallate. Spallate tanto più efficaci quanto più sapremo costruire percorsi di lotta comune tra lavoratori immigrati e italiani.
Si tratta di riannodare i tasselli della questione sociale, mettendo insieme le lotte per il salario con quelle per la casa, la scuola, i servizi. Ma non solo.
Se rompiamo l’isolamento dei lavoratori immigrati e di quelli più sfruttati, gli irregolari, possiamo cominciare a spezzare la rete di oppressione che lega tutta la società. Costruire solidarietà a partire da loro significa rovesciare la piramide dello sfruttamento ed abbattere i muri che altri hanno alzato tra di noi per imprigionarci e meglio sorvegliarci.

In questi anni non sono mancate tuttavia importanti esperienze di lotta comune tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani: piccoli ma importanti segnali che occorre amplificare.

L’universalità delle libertà formali è oggi più che mai la maschera grottesca della democrazia reale. Tale non perché tradisca alcunché ma perché si tradisce, mettendosi a nudo, dando forma al cuore nero che la costituisce.

La tutela della proprietà privata, considerata un diritto “umano”, è costitutivamente incompatibile con qualunque ipotesi di eguaglianza sostanziale, l’esistenza stessa di stati, confini, eserciti definisce lo scarto tra norme scelte e norme imposte, tra chi è cittadino e chi non lo è, tra chi va tutelato e chi può essere imprigionato, respinto, cacciato via.

E si erigono muri. Sempre più spessi, sempre più alti. Su questi muri si infrangono le vite di chi fugge la guerra, le persecuzioni, la miseria. C’è chi muore in viaggio, chi in un cantiere senza protezioni, chi si uccide per evitare la deportazione. Una lunga strage di Stato.

Il diritto legale di vivere nel nostro paese è riservato solo a chi ha un contratto di lavoro.
I lavoratori immigrati sono sotto costante ricatto, perché se non si piegano ai padroni rischiano l’espulsione. Oggi i migranti, con permesso o in nero, sono i nuovi schiavi di quest’Europa fatta di confini e filo spinato.

I CIE, Centri di Identificazione ed espulsione, sono le galere che lo Stato italiano riserva a quelli che non servono più. Sono posti dove finisci per quello che sei, non per quello che fai. Come nei lager nazisti. Nei CIE rinchiudono chi ha perso il lavoro e, quindi, anche le carte, oppure chi un lavoro regolare non l’ha mai avuto e quindi nemmeno i documenti.
Chi resta, dopo aver ricevuto un decreto di espulsione, rischia la galera perché – da un anno e mezzo in Italia - l’immigrazione clandestina è un reato penale.
Da sempre nei CIE soprusi, pestaggi, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano. Le lotte degli immigrati rinchiusi nei CIE hanno segnato l’ultimo decennio. Una lunga resistenza, spesso disperata, fatta di braccia tagliate, bocche cucite, lamette o pile ingoiate. Qualcuno ha preferito la morte alla deportazione e l’ha fatta finita. In tanti si sono ribellati, bruciando materassi, distruggendo suppellettili, salendo sul tetto. Un po’ ovunque ci sono stati tentativi di fuga.
Nell’ultimo anno sono andate in fumo camerate, stanze e anche interi CIE: la protesta degli immigrati sta mettendo in seria difficoltà il governo. Il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, si è a lungo vantato di aver “fermato l’invasione”. In realtà non ci sono barriere, filo spinato, uomini in armi che possano fermare chi si mette in viaggio per fuggire guerre, miseria, oppressione. O, più semplicemente per vivere una vita diversa.

Il governo vuole costruire nuovi CIE ma non ha nemmeno i soldi per ristrutturare quelli danneggiati durante le rivolte che hanno segnato gli ultimi due anni.
La crisi in nordafrica ha messo in seria difficoltà la premiata ditta “gabbie e deportazioni”, gestita dal ministro dell’Interno Maroni. Tra tendopoli, accordi sempre in bilico con il governo tunisino, permessi temporanei, frontiere chiuse, il governo è apparso sempre più in affanno. Ha reagito con stupidità e ferocia, spostando a casaccio esseri umani, che saprebbero bene dove andare a costruire la propria vita.

In questi anni tuttavia le reti di solidarietà con gli immigrati si sono infittite.
Siamo convinti che oggi ci siano le condizioni per mettere in crisi il sistema delle deportazioni: dai respingimenti in mare e alle frontiere, al sostegno di chi lotta nei CIE, all’apertura di crepe nel consenso verso le leggi razziste.
Nell’ultimo anno si sono moltiplicate ed estese le lotte dei lavoratori immigrati contro la sanatoria truffa, il permesso a punti, il contratto di soggiorno, la schiavitù del lavoro nero, i soprusi della polizia. Gli immigrati sono sempre più consapevoli della necessità di spezzare l’apparato legislativo che li ingabbia, che impedisce la saldatura tra le lotte.
Il governo ha risposto con botte, denunce, deportazioni. Senza cedere di un centimetro, nonostante gli obiettivi modestissimi delle lotte. Governo e padroni hanno paura: sanno che se il lavoro migrante riesce a liberarsi dalle pastoie in cui è stato stretto, tutta la società potrebbe rialzare la testa.Siamo convinti che il mostruoso apparato repressivo che tiene sotto scacco la vita degli immigrati non basterà a fermare le lotte. Anzi. La crisi che pure morde la vita di tutti ha colpito in modo durissimo gli immigrati.
Siamo convinti che le lotte comuni tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani possano dare dei bei grattacapi a chi lucra sulle vite di tutti, scommettendo sulla guerra tra poveri.

A Parma il 14 e 15 maggio vogliamo ripercorrere la rotta degli schiavi, il loro cammino attraverso il deserto, i mercanti d’uomini, il lavoro nero, i caporali, i CIE, la deportazione.
Vogliamo altresì mettere a confronto esperienze, idee e proposte di chi, giorno dopo giorno, lotta contro il razzismo di stato e la guerra ai poveri.
Nell’auspicio che si possano tessere reti sempre più solide.



Programma:
Sabato 14 aprile
12,30 aperipranzo
13,30/14 presentazione a cura di Federico Denitto
14,30
I nuovi schiavi. Lavoro migrante tra ricatti, violenze e lotte - Marco Rovelli
Tra trucchi e inganni, la corsa ad ostacoli per ottenere le “carte”. A proposito di flussi, sanatoria truffa, permesso a punti - Simone Ruini e Katia Torri
Il diritto ineguale. Clandestinità, CIE, profughi, rimpatri - Eugenio Losco e Mauro Straini
I sommersi ed i salvati nel grande gioco dei potenti - Stefano Capello
La lotta alla GFE. Voci da una lotta esemplare

Domenica 15 aprile
9,30
Rompere le gabbie cancellare le frontiere. Tavola rotonda sulle prigioni per immigrati: da Torino a Gradisca, da Milano alla Sicilia, dalla Sardegna alla Gran Bretagna. Interventi di Maria Matteo, Alberto La Via, Raffaele Viezzi, Claudio Alberto, Claudia Lauvergnac, Antonio D’Errico.
pausa pranzo
alle 14
Assemblea antirazzista. Idee, proposte, iniziative.






Il coordinamento antirazzista della Federazione Anarchica Italiana - FAI

contatti:
fai-antiracism@libero.it
faiantirazzisti@autistici.org

Info:
L’incontro si terrà presso il Circolo arci Matonge, via Burla 130.
Autobus numero 7, direzione carcere...
Valentina: 333 8277726
Christian: 349 5784324

martedì 10 maggio 2011

Pomezia, manifesto con il Duce per il candidato della lista vicina alla Polverini

fonte
http://roma.corriere.it/roma/notizie/politica/11_maggio_4/pomezia-duce-testimonial-candidato-polverini-190566707432.shtml


Gianluca Caprasecca sceglie Mussolini: «Lui ha fondato Pomezia, a noi il compito di farla crescere»


POMEZIA - Un testimonial piuttosto sui generis: Benito Mussolini, divisa e berretto delle forze armate, sguardo deciso. La foto campeggia dappertutto tra Pomezia e Torvaianica - dove si voterà per il rinnovo del consiglio comunale - e a sceglierla come proprio manifesto elettorale è stato Gianluca Caprasecca, della Lista «Città Nuove», quella promossa dalla presidente della Regione Renata Polverini che, almeno al primo turno, come in altri municipi del Lazio corre da sola, in aperta concorrenza al Pdl.
«RISPETTO E ONORE» - Nel manifesto appare anche uno slogan, quello di «Rispetto e Onore». E ancora: «Lui ha fondato Pomezia, a noi il compito di farla crescere», precisa meglio il candidato Caprasecca che nella vita si occupa di marketing. Ma che ora non sembra aver troppa voglia di chiarire come gli sia venuto in mente di usare Mussolini come uomo-immagine della campagna elettorale. Alla sua utenza cellulare - indicata proprio nel sito dell’azienda con cui collabora - risponde una donna: «Avete sbagliato numero, qui non c’è nessun Caprasecca». Poi interviene una voce maschile, con tono comunque gentile, che sembra cadere dalle nuvole: « Davvero cercate qualcuno a Pomezia? Ma qui è Taranto».
LA POLVERINI: RITIREREMO IL MANIFESTO – La lista in cui è candidato Caprasecca, Città nuove, fa riferimento alla fondazione che Renata Polverini ha presentato nello scorso febbraio con l'intento di ramificare il suo movimento politico nel territorio laziale: in diversi comuni, come Sora, il prossimo 15 e 16 maggio gli elettori troveranno liste con il logo "Città nuove" e lo slogan "Con te". A Pomezia la presidente del Lazio si è recata per sostenere la candidatura della capolista Maricetta Tirritto. Sui suoi manifesti lo slogan recita: «Finalmente! Un sindaco Donna». Ma n ogni caso l’idea di Caprasecca di usare il Duce come testimonial non è affatto piaciuta alla governatrice. «Spero che non sia vero e comunque stiamo verificando» ha detto la Polverini. Che poi ha aggiunto: «Prenderemo i provvedimenti che dobbiamo prendere e faremo ritirare immediatamente questo materiale».
Alessandro Fulloni
04 maggio 2011



Il logo della fondazione «Città Nuove»
Il logo della fondazione «Città Nuove»

lunedì 9 maggio 2011

Giusta la lotta, Casa Anarchica è solidale

Partendo dalla considerazione che il diritto allo studio non debba essere disgiunto dal diritto di alloggio degli studenti fuori sede; che l'allogio, oggigiorno, è un vero e proprio buisness non privo di speculazione. Per affittare una camera ci si imbatte in una giungla di prezzi che variano da 250 a 400 euro (media) mensili, che sommate a spese universitarie ( 865,52/751 euro annui con prima rata superiore a 500 euro), spese libri, mensa per chi ne ha diritto, spese di soppravivenza, si arrivano a totali mensili importanti che gravano sopratutto sulle famiglie.
E' logico affermare che il diritto allo studio debba essere universale, non solo rivolto alle classi agiate. Nel diritto allo studio poniamo il diritto all'alloggio agli studenti fuori sede e che non debba gravare ulteriormente sulle spalle ne degli studenti, ne delle loro famiglie. Dichiaramo giusta la lotta contro l'indebito profitto del mercato immobiliare e denunciamo il fenomeno dell'arricchimento- furto, non ultime le agenzie di settore immobiliare, di spregiudicati proprietari di immobili non immuni da contratti in nero e la mancanza di sensibilità al problema da parte sia del Comune che della Provincia di Parma.
Non convince l'intervento del sindaco Pietro Vignali, che da canali non ufficiali, si dichiara contrario all'occupazione di uno stabile abitato da piccioni. Non convince sopratutto quando parla di lavoro giovanile, nel momento in cui, oggi, le richieste d'impiego da parte delle aziende è sotto i minimi storici, ed il lavoratore è sempre più precario, cassa integrato, o licenziato. la retorica sterile del comunicato si infrange nel numero dei lavoratori precari all'interno dell'apparato amministrativo comunale e che non vi è volonta di stabilizzazione. Non ultimo invitiamo il Sig. Sindaco a sensibilizzarsi rispetto al fenomeno di speculazione abitativa e nel settore lavoro in nero di cui proprio gli studenti sono le prime vittime.
In quest'ottica Casa Anarchica Parma è solidale con gli studenti che hanno occupato l'ex studentato in Borgo Tanzi, ai quali va tutta la nostra stima e vicinanza.
Casa Anarchica Parma

lunedì 2 maggio 2011

Napoli: fasci e lame

http://www.parmantifascista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=6481&Itemid=1


I fascisti di Casa Pound si sono resi responsabili di una nuova aggressione, questa volta armati di coltelli, l'ennesima in pochi giorni, dopo quelle avvenute a Roma . E' accaduto stamattina a Napoli. Abbracciamo i compagni antifacisti napoletani, a loro va tutta la nostra solidarietà militante. E' veramente giunta l'ora di chiudere Casa Pound.
Di seguito, il primo comunicato dei compagni:
Il giorno 28 aprile, intorno alle 9 di sera, dopo la chiusura della facoltà di Lettere, sono comparse sui muri del palazzo svastiche e scritte inneggianti al nazismo. Come di consueto, i compagni della facoltà non hanno aspettato che calasse la notte per cancellare le svastiche e le scritte razziste che hannop imbrattato i muri di un luogo da sempre teatro di lotte studentesche ed antifasciste, preferendo organizzare fin dalla mattoina presto un momento aggregativo e di controinformazione per denunciare l’accaduto e ripulire la facoltà dai segni di quegli infami. Tra le 10.30 e le 11 pero’, nel bel mezzo dell’iniziativa, tre appartenenti a Cpi Napoli, tra cui il candidato nella lista “Liberi Con Lettieri” Enrico Tarantino , sono passati tra i compagni e dopo un breve diverbio verbale, senza alcuna esitazione, hanno tirato fuori le lame con cui hanno colpito tre dei nostri compagni,attualmente all’ospedale. Per ora le notizie che abbiamo circa il loro stato sono per due compagni punti di sutura alle braccia e alle gambe ( 9 per uno di loro, dietro il braccio, e 7 in tutto per l’altro ferito ad entrambe le gambe).Un altro compagno è stato attualmente spostato nel reparto chirurgia; oltre a ricevere 5 punti di sutura dietro la testa per un colpo da cinghia, deve essere operato ad una mano con cui, secondo i medici, si è difeso da un colpo che aveva ben altra e più grave destinazione.Probabilmente i muscoli della mano si sono lacerati,aspettiamo notizie.Gli antifascisti napoletani, di ogni territorio luogo e facoltà stanno intanto accorrendo sotto l’Università in attesa del corteo che partirà proprio da qui alle ore 16.00. Già fioccano comunicati infami dei fascisti di Casapound, che lamentano di aver subito un’aggressione, ma chiunque passasse sotto la facoltà in quel momento ha ben chiara la dinamica che si è sviluppata: un’aggressione vile, infame e armata contro dei compagni da sempre impegnati nelle lotte antifasciste.

Festa antifascista 20 ottobre 2018 via Testi 2 ore 18.30

Non è solo una grande festa antifascista, è una chiamata a tutte le forze antifasciste, quelle che si unirono attorno al più alto significa...